LA TRADOTTA CHE VIENE DA TORINO
A MILANO NON SI FERMA PIU’
MA LA VA DIRETTA AL PIAVE
CI-MI-TERO-DELLA-GIO-VEN-TU’
Dopo questa epopea ne sono venute delle altre.
La storia non si ferma.
Mai.
Qualche amico mio potrà trovare strano che io pretenda di parlottare romagnolo.
Io, nato alla periferia di Milano, alla Bovisa, in via privata Costanzo Cantoni al numer vot.
La ragione c’è: ho delle radici in Romagna.
Non però dalla parte dalla riviera, delle vacanze al mare, delle pensioni con l’ombrellone in spiaggia.
Dall’altra parte, al di là della via Emilia, la Romagna delle colline e dei contadini dalle mani grandi, che sudano il loro pane quotidiano.
Mia madre (classe 1907) veniva di la.
Adesso arrivano in Italia con i gommoni dall’Africa.
Lei è arrivata a Milano con il treno a vapore da Bologna, negli anni 20, ed ha poi incontrato mio padre, ex ragazzo del 99.
Mio padre, anni prima, aveva preso la tradotta per il Piave, a Milano.
Mio padre non ha dovuto prendere il treno a vapore per trovare lavoro.
Lui era nato alla Bovisa, in via Cantoni al numer vot. Gli è bastato restare dov’era.
Autunno 1942.
Giunti alla seconda guerra mondiale, nel 1942 gli anglo-americani bombardano Milano.
Nell’autunno di quell’anno il Duce alla radio dice a tutti di sfollare dalle città, di andare a vivere in campagna.
Ed è nato così l’agriturismo.
Mia madre e noi quattro bambini, io primogenito a nove anni, ci trasferiamo a casa di suo fratello Pippo, in una casa colonica lungo il fiume Sillaro, sull’Appennino.
Il fiume Sillaro scendendo in pianura incrocia la via Emilia in quel di Castel S.Pietro, a sud di Bologna.
Su per quelle valli niente corrente elettrica all’epoca. Lumi a olio in settimana, candela alla domenica.
La terra argillosa delle colline quando piove diventa colla, stucco per fare le statuine.
Quando cammini ti segue sotto le scarpe, e se non la togli è lei poi che ti toglie le scarpe.
Quando invece batte il sole la terra diventa sasso.
Nello e Balot
Zio Pippo ha una stalla con mucche e buoi.
Le mucche, se mi ricordo bene sono sei. Sono mucche che fanno il doppio lavoro.
Adesso siamo abituati a vedere mucche che hanno una damigiana piena di latte in mezzo alle gambe posteriori, che però fanno fatica stare in piedi.
Le mucche di zio Pippo hanno una cosa del latte della misura di uno scolapasta. Mangiano l’erba di Spagna asciutta delle colline e fanno latte quanto basta per la famiglia, compreso il cacio.
In più però fanno anche il contadino. Le usano per tirare carretti ed altri lavori non troppo grossi. Si guadagnano bene i tre pasti al giorno.
E arriviamo a parlare dei buoi.
Zio Pippo ha due buoi Due buoi veri. Due veri buoi.
Due monumenti.
Due statue viventi imponenti, meravigliose.
Si chiamano Nello e Balot.
Mai più visto niente di simile. Ci voleva Michelangelo scultore per tramandarli degnamente.
Nello e Balot servono per arare il terreno argilloso che c’è in zona, pastoso con l’umido, duro con il secco.
Nello e Balot sono due trattori.
Nello e Balot tirano l’aratro, che però deve essere tenuto dentro al terreno da braccia d’uomo … disumane, a misura con Nello e Balot.
Braccia d’uomo con bicipiti d’acciaio e mani grandi, consacrate dal lavoro.
Quelli che hanno inventato lo sport del sollevamento pesi non hanno mai visto i contadini di Romagna tenere l’aratro.
Era qui che dovevano venire a fare le olimpiadi
L’oro dei contadini
Estate
Le colline, spoglie di alberi, sono un granaio, creato dalla “battaglia del grano” lanciata dal Duce.
Campi tagliati verticalmente da stradine bianche che vanno dritte alla meta senza curve.
Strade fatte per buoi, somari e umani. I motori non ci sono.
Inutili se anche ci fossero.
In Giugno, con il grano maturo, le colline hanno il colore del sole. Sono bionde, dai riflessi dorati.
Quando c’è il vento sono onde di sole che si propagano e si ripetono, come il ritornello di una canzone. Un mare d’oro. L’oro dei contadini.
A quel punto inizia l’epopea estiva.
Sono gli sport della stagione, fatti sotto il sole a picco da uomini e donne, senza macchine tra i piedi, con le braccia, con le urla e le bestemmie.
Gli sport sono la mietitura e la trebbiatura
Uomini donne e bambini si guadagnano da mangiare per tutto l’anno.
Per lo meno ci provano.
La sfida è quella di riempire le case con sacchi di grano, distribuiti un po’ dappertutto, anche sotto i letti. Per campare fino a Giugno dell’anno prossimo.
Come fanno le formiche.
Quando vai a letto la sera, il profumo del grano, dolce, domestico, buono, rassicurante, ti accompagna il sonno. E’ l’odore del pane prima che passi dal mulino e dal forno.
La mietitura
Una casetta bianca si staglia, in cima, sul profilo della collina, sul versante opposto della valle.
E’ una di quelle casette che gli scolari di prima elementare disegnano perfettamente, meglio degli architetti.
Intorno alla casetta niente.
Le famiglie sono distribuite nei campi.
Gli uomini con la falce in pugno.
Donne e ragazzi a legare i covoni ed ammucchiarli, pronti per la trebbiatura.
Li vedo dalla parte opposta della valle, con in testa i loro cappelli di paglia.
Sento i loro richiami lontani.
E’ un presepe laborioso che mi affascina .
Adesso ho 10 anni. Vorrei tanto essere tra loro, essere uno di loro.
La trebbiatura
Niente di simile si vedrà più.
La trebbiatrice, macchina mostruosa, a vapore, arriva da non so dove, trainata da un trattore lungo la strada di fondo valle.
Bisogna portarla in cima ad una collina per trebbiare tutto il grano del comprensorio.
Tutti i contadini della zona portano i loro buoi per agganciarli al traino, animali con motori diesel nei quarti posteriori, buoi che adesso ci sono solo in cartolina.
Una dozzina di pariglie di buoi vengono agganciati in serie davanti alla trebbiatrice, con uno che li guida tirando per le narici la prima coppia.
Il traino sterza in su il convoglio verso la stradina bianca che punta direttamente alla cima.
Io li vedo dalla parte opposta della valle.
Sento le urla dei contadini incazzati che incitano e bastonano i buoi.
Queste urla lontane si ripercuotono, si ripetono e sovrappongono. Gli echi riempiono la valle. Sono voci lontane che si spengono, continuamente coperte e sostituite da altre.
Conferiscono grandiosità alla scena.
E’ un coro di urla e bestemmie che si sublima e si trasforma in un’armonia che si fonde con la scena e gli da voce.
E’ un coro diretto da qualcuno che sta più in su, che non si vede ma si fa sentire.
E’ una lode sacra al lavoro umano.
Lentamente il convoglio, sale con la pendenza di un ascensore, si inoltra sulla stradina bianca in mezzo al grano, all’oro dei contadini, e va su, va su piano ma sicuro, come il passo dei giganti buoni che lo tirano.
Il coro degli insulti ai buoi è una musica che riempie la valle.
Le urla non servono. I buoi andrebbero ugualmente e serenamente in su.
I contadini gridano perché devono gridare. E’ il loro ruolo. Devono segnalare la loro presenza e riaffermare la loro autorità.
Se non lo facessero perderebbero di credibilità presso il vicinato.
Si troverebbero a disagio anche la domenica quando vanno a giocare a carte all’osteria.
Purtroppo non c’erano ne Federico Fellini ne Ermanno Olmi a filmare. Adesso è troppo tardi.
Potrebbe fare qualcosa il genio musicale di Bepi De Marzi, con le voci dei suoi Crodaioli.
Lui potrebbe tentare di tramandare alla storia almeno la colonna sonora.
Ora c’è il silenzio.
Ora i buoi non ci sono più.
I contadini con le mani grandi che urlano e bestemmiano, neanche loro ci sono più, il coro che inonda la valle non c’è più e neanche le stradine bianche, e neanche l’oro dei contadini, il grano e la battaglia del grano.
Il coro è spento. C’è solo il silenzio. Ci sono solo i ricordi.
Agosto 1943
In agosto 1943 avviene il più grande bombardamento di Milano
C’è dentro anche la nostra casa, al quart pian in via Cantoni al nùmer vot.
Lo veniamo a sapere da una lettera che ci manda nostro padre.
In via Cantoni al nùmer vot non ci sono morti. Nel resto di Milano, tanti.
Chi voglia inoltrarsi sul viale centrale del Cimitero Maggiore, el cimiteri de Mùsoc, a metà circa del percorso incontra una rotonda, un ossario, dove sono raccolti i resti dei morti di quei bombardamenti.
Fino ad un po’ di anni fa, sulle lastre di ogni singolo loculo, c’erano incisi il nome della persona con la data del bombardamento, il nome della via ed il numero civico dov’era avvenuto.
Devono avere restaurato l’ossario un po’ di anni fa.
Adesso sulle nuove lapidi c’è solo il nome della persona.
La stupidità degli architetti d’oggi è solamente immensa.
Come si fa a distruggere la storia con tanta superficialità ?
Ritorno a casa
Mio padre, rimasto senza casa a Milano, trova modo di riparare un’abitazione, ricostruendo un muro, al primo piano della stessa casa di via Cantoni, e li si trasferisce.
Intanto gli Anglo-Americani risalgono la penisola e nell’inverno del 1943 sono circa a metà strada tra Roma e Firenze.
Mio padre è preoccupato del fatto che si possa rimanere tagliati fuori, lui a nord del fronte e noi a sud, e decide di farci rientrare a Milano.
Siamo ormai a dicembre 1943
Mia madre organizza il rientro facendoci portare a Bologna da un carro agricolo.
Alla stazione di Borgo Panigale si prende il treno per Milano. Ci fanno salire su un carro merci.
Non ci sono più carrozze passeggeri.
Questo è uno degli ultimi convogli che attraversano il Po a Piacenza.
Dopo qualche settimana il ponte del Po viene bombardato dagli Americani.
Il percorso dalla Stazione Centrale di Milano alla Bovisa lo facciamo sul cassonetto di un triciclo a pedali.
E’ il servizio taxi disponibile in quel momento.
Quando entriamo in casa, al primo piano, e già sera inoltrata, è già buio.
L’aspetto dell’abitazione è miserevole, reso ancora più squallido dalla luce fioca di un’unica miracolosa lampadina.
Mia madre non può fare a meno di esclamare : che brutto !!!
Poi si corregge. Prende coscienza della situazione, ci abbraccia e ripete a tutti : sono tanto, tanto felice che siamo qui ancora tutti insieme, sono tanto felice !!!.
Che bèla mama che gavevi mi !!! Che bèla mama !!!
Franco
domenica, novembre 20, 2005
Il ricordo di Giovanni
Carissimo Franco,
anche se non sono milanese (vengo dalla bassa modenese, al confine con il ferrarese.
Il paese e` Finale Emilia.
Il mio paese degli anni '40-50 (5-6 mila abitanti a quei tempi) puo` essere paragonato ad un quartiere popolare di Milano.
Noi avevamo il fiume (il Panaro), i piu` fortunati avevano un locale dove poter lavare in vasconi di cemento.
Questo locale quasi sempre si affacciava sul cortile ed aveva il pavimento in terra battuta, come del resto molte botteghe artigine adiacenti.
Ricordo il venditore del ghiaccio col suo carretto, il venditore di pesce e rane che girava con la sua mercanzia in una cassetta di legno posta su un portapacchi (dietro) della bicicletta, il venditore di latte, cha arrivava col latte appena munto dalla stalla, in bicicletta col suo carretto o con i bidoni appesi al manubrio.
Ricordo che si aspettavano "i magnan" (spesso zingari, allora non erano cosi` malvisti) che viaggiavano di paese in paese e che arrottavano coltelli, aggiustavano pentole in rame, alcuni facevano lavori di facchinaggio o piccoli lavori in casa.
Ricordo il venditore di legna e carbone col suo carro tirato dal cavallo (o forse mulo), i macellai che con un carretto spinto a mano, tutto chiuso e foderato di lamiera e dipinto di rosso, andavano al macello e, per alcuni anche deposito frigorifero o facevano le consegne, il camion dei pompieri che ogni giorno veniva usato per lavare le strade.
Ricordo i sacchi di merce esposti per la vendita in drogheria ed in particolare quello del riso in cui mi piaceva tanto affondare le mani e far scorrere il riso fra le dita (di nascosto naturalmente), i barattoli in vetro da cui il droghiere pescava le caramelle di zucchero.
Ci sono tanti altri ricordi che si affacciano alla mente.
Grazie ancora per il tuo racconto veramente bello.
Giovanni
Bene, se permettete aggiungo anch'io in modo telegrafico qualche flash all'elenco di Giovanni.
Anche se sono cose personali penso che molti ci si ritroveranno e che gli entusiasti a oltranza del progresso potranno provare un piacevole brivido nel constatare quanta strada abbiamo compiuto da quei tempi bui.
Allora, listo alla rinfusa, come mi viene in mente:
- Lo zucchero venduto sciolto nel cartoccio blu;
- Il gelataio col triciclo;
- Il carrettiere in città col cavallo che scacazzava sull'asfalto (io andavo a raccogliere il letame per l'orto di mio padre);
- La carrozzella in attesa di clienti davanti alla stazione (dalla puzza d'orina anche un cieco si accorgeva di essere arrivato alla stazione. Mi ricordo che quando dipinsero le striscie di uno dei primi passaggi pedonali, uno di questi cavalli si prese paura e non voleva attraversarlo);
- L'unico telefono del paesello. Per ricevere una telefonata si doveva chiamare qualche ora prima l'addetto del posto pubblico che ti veniva a cercare a casa.
- L'unico telefono privato del caseggiato (del vicino di pianerottolo);
- Il primo telefono di famiglia. Un monumento tutto nero appeso al muro in posizione di riguardo;
- Il contadino che all'alba partiva ad arare, per pendii impossibili, con un coppia di buoi (va la' Mor,... gridava);
- L'arrotino, con una strana bicicletta convertibile (si trasformava in una mola per arrotare i coltelli);
- Le mondariso nelle risaie (oggi ci sono i diserbanti);
- Le rane nelle risaie (le hanno uccise i diserbanti);
- La nebbia (quella che si tagliava col coltello. Quella di oggi fa ridere);
- Mio zio che faceva il bagno al mare con la canottiera;
- La lucerna a petrolio;
- La curva di porfido sul circuito di Monza;
- La Mille Miglia (quella vera. Non c'era ancora stato l'incidente di Castellotti);
- Il Settebello (era un treno, non un preservativo);
- L'olio comprato sciolto in un'apposita bottega. D'inverno c'era un freddo tale che formava dei bellissimi cristalli nel bottiglione di vetro;
- Il vescovo di Prato che tuonava contro due suoi concittadini additandoli come "pubblici concubini";
- Oscar Luigi Scalfaro che in un ristorante di Roma critica scandalizzato una signora a suo parere troppo scollata e viene sfidato a duello dall'accompagnatore della signora;
- Un medico (non ricordo il nome) che dopo aver procurato un aborto fugge in Sudamerica (chissà se è tornato e ha chiesto i danni allo stato italiano);
- Lascia o Raddoppia cui si assisteva religiosamente nel bar del quartiere (un buon mezzo chilometro di strada);
- Un non meglio identificato mio coetaneo di cui si favoleggiava che, dopo aver messo nei pasticci due ragazze, fosse corso ad arruolarsi nella Legione Straniera (questa non ho mai saputo se era vera. Tuttavia il solo fatto che apparisse verosimile la dice lunga. Significativi anche i commenti ammirati: "Certo che farsela dare addirittura da due...");
- I tram col bigliettaio;
- I treni a vapore;
- Autoblindato degli Alleati sulla Via Aurelia (ricordo molto vago. Adesso per vederne uno bisogna andare fino in Iraq);
- La Befana del Vigile;
- Le suore negli ospedali, con un'enorme cuffia che sembrava la cupola del palazzetto dello sport; - Il Novara (di Piola? non son sicuro) in serie A;
- Le barche di legno (intendo dire col fasciame di legno);
- Le donne che andavano a far la spesa con la gaetana (una specie di borsa. Gli shopper di plastica dovevano ancora arrivare);
- Le donne con le calze di seta con la cucitura dietro;
- La Balilla (era un'automobile);
- La Littorina (era un treno);
- La Fiat 1400 con scocca portante e senza parafanghi esterni. Ci sembrava un oggetto venuto da un altro pianeta ("sembra americana", era il massimo dell'encomio allora) e De Chirico la ritrasse in un quadro (ignoro se preso dall'ispirazione o se profumatamente remunerato dalla dirigenza Fiat di allora - leggi Valletta, Gianni Agnelli aveva i calzoni corti);
- L'autostrada Milano-Laghi a una carreggiata. Si pagava all'entrata e in certi caselli per uscire si doveva girare a sinistra (avete capito bene, si doveva tagliare la strada a quelli che venivano incontro. L'addetto del casello guardava da una parte e dall'altra e poi ti faceva passare);
- La Giulietta Sprint col cambio al volante;
- La Giulietta TI (berlina 4 porte, credo che sia uno dei modelli col maggior tasso d'incidenti) coi bellimbusti che stavano seduti in tre davanti e il sedile posteriore vuoto;
- Autostrade e statali di grande comunicazione a tre corsie. Quella centrale serviva per i sorpassi, per il traffico in entrambi i sensi. Garantito il frontale se due sorpassatori ostinati non volevano mollare per primi. Garantita l'emozione sempre, meglio che al Luna Park;
- La sostanziale mancanza di inquinamento. Be' adesso la smetto per non approfittare troppo della vostra pazienza. Se qualcuno ha qualche altro reperto preistorico da aggiungere alla collezione si faccia avanti, si potrebbe mettere insieme un bel documento.
Franco
Aggiungo anch'io.
Avevo circa 6/7
anni e ricordo che a quel tempo mia madre lavava i panni al fosso chiamato da noi il "fossetto" in Vicolo dei Lavandai a Milano.
Sull'angolo di questa via, dove ora c'è un ristorante, a quei tempi c'era un negozio che vendeva acqua calda, soda, lisciva (ora si chiama sodio carbonato), sapone e ghiaccio.
Una volta mia madre mi chiese di andare al negozio a comperare dell'acqua calda perchè doveva lavare i panni e mi diede un secchio vuoto da riempire.
Quando le riportai il secchio mi sgridò perchè durante il tragitto dal negozio al posto dove lei stava lavando i panni avevo versato lungo il percorso parecchia acqua calda dal secchio, da quel giorno non mi chiese più di comprare acqua calda.
Gianpiero
anche se non sono milanese (vengo dalla bassa modenese, al confine con il ferrarese.
Il paese e` Finale Emilia.
Il mio paese degli anni '40-50 (5-6 mila abitanti a quei tempi) puo` essere paragonato ad un quartiere popolare di Milano.
Noi avevamo il fiume (il Panaro), i piu` fortunati avevano un locale dove poter lavare in vasconi di cemento.
Questo locale quasi sempre si affacciava sul cortile ed aveva il pavimento in terra battuta, come del resto molte botteghe artigine adiacenti.
Ricordo il venditore del ghiaccio col suo carretto, il venditore di pesce e rane che girava con la sua mercanzia in una cassetta di legno posta su un portapacchi (dietro) della bicicletta, il venditore di latte, cha arrivava col latte appena munto dalla stalla, in bicicletta col suo carretto o con i bidoni appesi al manubrio.
Ricordo che si aspettavano "i magnan" (spesso zingari, allora non erano cosi` malvisti) che viaggiavano di paese in paese e che arrottavano coltelli, aggiustavano pentole in rame, alcuni facevano lavori di facchinaggio o piccoli lavori in casa.
Ricordo il venditore di legna e carbone col suo carro tirato dal cavallo (o forse mulo), i macellai che con un carretto spinto a mano, tutto chiuso e foderato di lamiera e dipinto di rosso, andavano al macello e, per alcuni anche deposito frigorifero o facevano le consegne, il camion dei pompieri che ogni giorno veniva usato per lavare le strade.
Ricordo i sacchi di merce esposti per la vendita in drogheria ed in particolare quello del riso in cui mi piaceva tanto affondare le mani e far scorrere il riso fra le dita (di nascosto naturalmente), i barattoli in vetro da cui il droghiere pescava le caramelle di zucchero.
Ci sono tanti altri ricordi che si affacciano alla mente.
Grazie ancora per il tuo racconto veramente bello.
Giovanni
Bene, se permettete aggiungo anch'io in modo telegrafico qualche flash all'elenco di Giovanni.
Anche se sono cose personali penso che molti ci si ritroveranno e che gli entusiasti a oltranza del progresso potranno provare un piacevole brivido nel constatare quanta strada abbiamo compiuto da quei tempi bui.
Allora, listo alla rinfusa, come mi viene in mente:
- Lo zucchero venduto sciolto nel cartoccio blu;
- Il gelataio col triciclo;
- Il carrettiere in città col cavallo che scacazzava sull'asfalto (io andavo a raccogliere il letame per l'orto di mio padre);
- La carrozzella in attesa di clienti davanti alla stazione (dalla puzza d'orina anche un cieco si accorgeva di essere arrivato alla stazione. Mi ricordo che quando dipinsero le striscie di uno dei primi passaggi pedonali, uno di questi cavalli si prese paura e non voleva attraversarlo);
- L'unico telefono del paesello. Per ricevere una telefonata si doveva chiamare qualche ora prima l'addetto del posto pubblico che ti veniva a cercare a casa.
- L'unico telefono privato del caseggiato (del vicino di pianerottolo);
- Il primo telefono di famiglia. Un monumento tutto nero appeso al muro in posizione di riguardo;
- Il contadino che all'alba partiva ad arare, per pendii impossibili, con un coppia di buoi (va la' Mor,... gridava);
- L'arrotino, con una strana bicicletta convertibile (si trasformava in una mola per arrotare i coltelli);
- Le mondariso nelle risaie (oggi ci sono i diserbanti);
- Le rane nelle risaie (le hanno uccise i diserbanti);
- La nebbia (quella che si tagliava col coltello. Quella di oggi fa ridere);
- Mio zio che faceva il bagno al mare con la canottiera;
- La lucerna a petrolio;
- La curva di porfido sul circuito di Monza;
- La Mille Miglia (quella vera. Non c'era ancora stato l'incidente di Castellotti);
- Il Settebello (era un treno, non un preservativo);
- L'olio comprato sciolto in un'apposita bottega. D'inverno c'era un freddo tale che formava dei bellissimi cristalli nel bottiglione di vetro;
- Il vescovo di Prato che tuonava contro due suoi concittadini additandoli come "pubblici concubini";
- Oscar Luigi Scalfaro che in un ristorante di Roma critica scandalizzato una signora a suo parere troppo scollata e viene sfidato a duello dall'accompagnatore della signora;
- Un medico (non ricordo il nome) che dopo aver procurato un aborto fugge in Sudamerica (chissà se è tornato e ha chiesto i danni allo stato italiano);
- Lascia o Raddoppia cui si assisteva religiosamente nel bar del quartiere (un buon mezzo chilometro di strada);
- Un non meglio identificato mio coetaneo di cui si favoleggiava che, dopo aver messo nei pasticci due ragazze, fosse corso ad arruolarsi nella Legione Straniera (questa non ho mai saputo se era vera. Tuttavia il solo fatto che apparisse verosimile la dice lunga. Significativi anche i commenti ammirati: "Certo che farsela dare addirittura da due...");
- I tram col bigliettaio;
- I treni a vapore;
- Autoblindato degli Alleati sulla Via Aurelia (ricordo molto vago. Adesso per vederne uno bisogna andare fino in Iraq);
- La Befana del Vigile;
- Le suore negli ospedali, con un'enorme cuffia che sembrava la cupola del palazzetto dello sport; - Il Novara (di Piola? non son sicuro) in serie A;
- Le barche di legno (intendo dire col fasciame di legno);
- Le donne che andavano a far la spesa con la gaetana (una specie di borsa. Gli shopper di plastica dovevano ancora arrivare);
- Le donne con le calze di seta con la cucitura dietro;
- La Balilla (era un'automobile);
- La Littorina (era un treno);
- La Fiat 1400 con scocca portante e senza parafanghi esterni. Ci sembrava un oggetto venuto da un altro pianeta ("sembra americana", era il massimo dell'encomio allora) e De Chirico la ritrasse in un quadro (ignoro se preso dall'ispirazione o se profumatamente remunerato dalla dirigenza Fiat di allora - leggi Valletta, Gianni Agnelli aveva i calzoni corti);
- L'autostrada Milano-Laghi a una carreggiata. Si pagava all'entrata e in certi caselli per uscire si doveva girare a sinistra (avete capito bene, si doveva tagliare la strada a quelli che venivano incontro. L'addetto del casello guardava da una parte e dall'altra e poi ti faceva passare);
- La Giulietta Sprint col cambio al volante;
- La Giulietta TI (berlina 4 porte, credo che sia uno dei modelli col maggior tasso d'incidenti) coi bellimbusti che stavano seduti in tre davanti e il sedile posteriore vuoto;
- Autostrade e statali di grande comunicazione a tre corsie. Quella centrale serviva per i sorpassi, per il traffico in entrambi i sensi. Garantito il frontale se due sorpassatori ostinati non volevano mollare per primi. Garantita l'emozione sempre, meglio che al Luna Park;
- La sostanziale mancanza di inquinamento. Be' adesso la smetto per non approfittare troppo della vostra pazienza. Se qualcuno ha qualche altro reperto preistorico da aggiungere alla collezione si faccia avanti, si potrebbe mettere insieme un bel documento.
Franco
Aggiungo anch'io.
Avevo circa 6/7
anni e ricordo che a quel tempo mia madre lavava i panni al fosso chiamato da noi il "fossetto" in Vicolo dei Lavandai a Milano.Sull'angolo di questa via, dove ora c'è un ristorante, a quei tempi c'era un negozio che vendeva acqua calda, soda, lisciva (ora si chiama sodio carbonato), sapone e ghiaccio.
Una volta mia madre mi chiese di andare al negozio a comperare dell'acqua calda perchè doveva lavare i panni e mi diede un secchio vuoto da riempire.
Quando le riportai il secchio mi sgridò perchè durante il tragitto dal negozio al posto dove lei stava lavando i panni avevo versato lungo il percorso parecchia acqua calda dal secchio, da quel giorno non mi chiese più di comprare acqua calda.
Gianpiero
venerdì, novembre 18, 2005
Guerra
ARMISTIZIO DEL 8 SETTEMBRE 1943
Sbarco Alleato in SiciliaIl 10 luglio 1943 gli anglo-americani (gli Alleati) sbarcano in Sicilia. E’ subito chiaro che la guerra è persa.
Per evitare inutili carneficine, Mussolini viene pressato dagli alti comandi militari italiani a chiedere un armistizio, ma lui non riesce a farlo. E’ una cosa più forte di lui. E’ soggiogato da Hitler.
L’armistizio viene fatto in due tappe, essendo necessario, prima di poter avviare trattative con gli Alleati, toglier di mezzo Mussolini.
Caduta del governo MussoliniIl 25 luglio, il Rè Vittorio Emanuele III toglie la carica di Primo Ministro a Mussolini e lo sostituisce con il Maresciallo Badoglio, con l’intenzione non dichiarata ma evidente di arrivare ad un armistizio.
L’armistizio viene raggiunto solamente l’8 settembre 1943, quarantatre giorni dopo.
In questo periodo, Badoglio ed il Rè, riassicurano in continuazione i tedeschi che continueremo la guerra al loro fianco.
I tedeschi dal canto loro, avendo intuito le intenzioni del governo italiano, durante i 43 giorni di intervallo trasferiscono in Italia grandi quantità di soldati e armamenti, al duplice scopo di frenare gli Alleati e di trovarsi pronti a continuare la guerra da soli.
Annuncio dell’armistizio
La cosa viene gestita in modo disastroso. L’annuncio dell’armistizio viene comunicato agli italiani la sera dell’8 settembre per radio da Badoglio, e termina in modo ambiguo:
…ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare … ma (le forze italiane) reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza (i tedeschi)….
Per sfuggire ai tedeschi, il mattino successivo il Rè, Badoglio e tutti i Generali dello Stato Maggiore delle Forze Armate abbandonano Roma e si trasferiscono a Brindisi, senza costituire alcun altro centro di comando.
Nascerà così a Brindisi il “Regno del Sud”.
In quel momento ci sono circa due milioni di italiani in armi, metà in Italia l’altra metà fuori (Grecia, Albania, Jugoslavia).
Gestione dell’armistizio
Il bollettino letto alla radio è l’unica informazione per tutti, militari e borghesi, soldati semplici e Generali. I comandi di tutte le unità, sparsi nel territorio, non preavvisati non sanno come comportarsi. Quando chiamano il Quartier Generale a Roma nessuno risponde. Tutti i Generali dello Stato Maggiore sono scappati.
I Comandi dislocati in Italia si consultano tra loro e adottano un’unica linea di condotta, vale a dire: mandare tutti a casa, in abiti borghesi per sfuggire ai tedeschi, che a loro volta tentano di rastrellarli per trasferirli nei campi di concentramento in Germania.
Alcuni dei Comandi all’estero, lasciati soli, a capo di decine di migliaia di uomini, prendono tragiche cantonate; si mettono a fare le guerra contro i tedeschi.
Il caso più clamoroso nell’isola di Cefalonia in Grecia che si conclude con una strage.
E’ il momento più basso nella storia dall’unità d’Italia, cioè dal 1860.
Creazione della Repubblica Sociale Italiana (RSI) di MussoliniIl 12 settembre i tedeschi vanno a liberare Mussolini, custodito dai carabinieri sul Gran Sasso (a Campo Imperatore), e lo portano a Berlino da Hitler. Il 18 settembre, quindi 10 giorni dopo l’armistizio, Mussolini dalla radio annunucia agli italiani la nascita della Repubblica Sociale Italiana (RSI), cioè il Governo della parte d’Italia non ancora occupata dagli Alleati. In quel momento il fronte è ancora in Calabria.
Dichiarazione di guerra alla Germania
Nell’Italia meridionale al di la del fronte, il Governo del Regno del Sud (Rè e Badoglio) nel frattempo dichiara guerra alla Germania (13 ottobre).
Questa è la ciliegina sulla torta che stravolge completamente il significato dell’armistizio e lo fa diventare, davanti al mondo, un voltafaccia dell’Italia.
Responsabilità
E’ chiaro che il principale autore di questo disastro è stato Mussolini, due volte colpevole. Prima colpa l’entrata in guerra, seconda colpa il non avere fatto lui l’armistizio, come sarebbe stato suo dovere..
L’avrebbe potuto gestire in ben altre condizioni, portando preventivamente forze al Brennero per bloccare i tedeschi. Aveva ancora in casa uomini e mezzi per farlo.
Avrebbe evitato la spaccatura dell’Italia in due, con tutte le sue conseguenze.
Anche il Rè avrebbe potuto fare altrettanto, ma solo realizzando simultaneamente la sostituzione di Mussolini e l’armistizio. In questo caso la resa avrebbe dovuto essere senza condizioni. Le lungaggini di un armistizio concordato sarebbero state in conflitto con la fulmineità richiesta nei confronti della Germania.
Qualcuno potrebbe obiettare: Mussolini doveva almeno evitare di costituire la RSI, cioè il governo fascista del nord (ovviamente al prezzo di farsi fucilare da Hitler).
Rispondo: per gli italiani sarebbe stato peggio. Si sarebbero trovati a vivere in un territorio semplicemente occupato dai tedeschi, inviperiti per il voltafaccia dell’Italia, senza un governo italiano amico.
DESTINO DEI SOLDATI ITALIANI DOPO L’8 SETTEMBRE
L’immagine degli italiani in divisa all’indomani dell’8 settembre 1943 può essere concepita come quella di un formicaio impazzito.
Un quadro preciso di quanto accaduto è difficile da fare. Esistono solo alcune cifre complessive che possono dare un’idea approssimativa.
Uomini in campo
Due milioni di italiani erano in divisa l’8 settembre, metà all’estero e metà in Italia, distribuiti tra nord e sud.
In quel momento il pensiero prevalente nella mente dei soldati era quello di mettersi in disparte, evitare di rischiare inutilmente la vita in una guerra ormai persa.
Moltissimi ex-combattenti, nel nord Italia, si erano nell’immediato nascosti, sia in città che sulle montagne, prevedendo una fine molto vicina della guerra. Una questione di settimane, che è poi diventata di 20 mesi.
Arrivati all’inverno 1943-1944, inverno freddissimo, molti, attratti anche da una amnistia, si sono consegnati ai tedeschi
Nuove destinazioni
Alla fine del 1943 c’erano in tutta l’italia del nord solamente quattromila partigiani, inquadrati nei ranghi del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN). C’era però sicuramente in aggiunta un numero imprecisato di uomini nascosti, anonimi, intenzionati a non partecipare ad alcuna lotta armata.
Verso la fine del 1943 erano 600.000 gli italiani prigionieri nei campi di concentramento in Germania. A questi è stato offerta l’alternativa di arruolarsi nelle Divisioni della Repubblica Sociale Italiana (RSI) che il governo Mussolini andava formando, oppure di rimanere nello stato di prigionieri di guerra.
La maggioranza ha optato per quest’ultima scelta.
Altre classi di giovani sono state chiamate alle armi nel territorio della RSI. Questi hanno continuato a separarsi in tre filoni: quelli che rispondevano alla chiamata (la maggioranza), quelli che si nascondevano e quelli che si associavano ai partigiani.
Riassunto
A guerra conclusa le cifre ufficiali parlano di quasi duecentomila uomini ai quali è stato ufficialmente riconosciuto il ruolo di “partigiano”.
Una cifra equivalente sul versante opposto è quella degli ex-combattenti nelle quattro Divisioni della RSI, e nei corpi di volontari.
Gli italiani che hanno combattuto per il Regno del Sud a fianco degli Alleati nal “Corpo Italiano di Liberazione” sono arrivati ad essere circa 50 mila nei primi mesi del 1945, cioè alla vigilia della fine.
Sintetizzando in modo molto approssimativo, si può affermare che al nord il 20% degli italiani in età militare ha accettato di continuare a combattere, una metà nelle file dei partigiani e l’altra metà per la RSI. Al sud un due o tre per cento ha affiancato gli Alleati.
MOTIVAZIONI A COMBATTERE OPPURE NO
Situazione politica
L’Italia alla fine del 1943 era divisa in due parti, entrambe amministrate da governi-fantoccio capeggiati dai due personaggi che avevano governato l’Italia nell’ultimo ventennio: il Re al sud, sotto l’egida degli anglo-americani, ed il Duce al nord sotto i tedeschi. Alla vigilia della guerra questi due personaggi godevano di una altissima popolarità in Italia. Nell’immaginario collettivo erano le autorità, uniche, indiscutibili e insostituibili.
Per me e molti miei coetanei i punti di riferimento erano papà, mamma, il Rè e il Duce. Nel 1943, a seguito delle sconfitte militari, questa popolarità era svanita
Il sentimento della gente in quel momento era soprattutto rivolto alla fine della guerra.
Il tema delle discussioni politiche non era incentrato sul tema democrazia o dittatura, concetti astrusi, quasi sconosciuti allora, bensì se fosse meglio stare con la Germania, con la Russia o con l’America.
La parola “democrazia” io (12 anni di età) l’ho sentita pronunciare dopo il 25 aprile del 1945. Molta gente confondeva il termine “democrazia” con il nome del partito Democrazia Cristiana.
Gettare le armi
Qual’era lo spirito dell’armistizio chiesto dall’Italia agli alleati ?
Risposta: l’Italia non ce la fa più. Quindi getta le armi
Secondo mè, coerentemente con questo concetto, gli italiani dovevano gettare le armi. Dovevano semplicemente smettere di combattere.
Se aggiungiamo che le sorti del conflitto erano segnate e l’Italia era destinata ad essere “liberata” dagli Alleati, (ed è stata liberata dagli Alleati) dobbiamo concludere che non aveva più alcun senso combattere, sia per l’una che per l’altra parte.
I volontari
Invece una parte di italiani, sia pure minoritaria, ha voluto continuare a combattere, dall’una e dall’altra parte belligerante:
Il “merito” che io riconosco a tutti costoro è quello di aver aumentato inutilmente il numero degli italiani morti in guerra.
I fascisti (stò parlando dei volontari) combattevano per l’ideale dell’onore militare, molto sentito in tutti gli Stati europei fino alla seconda guerra mondiale.
Combattevano per fermare gli anglo-americani. Combattevano con la consapevolezza che avrebbero perso la guerra. Sui campi di battaglia hanno perso 30.000 uomini.
I partigiani, al 90% comunisti, ovviamente tutti volontari, combattevano per l’ideale comunista. Loro pensavano di iniziare la trasformazione dell’Italia in Stato comunista. La loro era una tecnica di guerriglia, fatta di imboscate, consistente nello sparare alle spalle di soldati tedeschi o fascisti in divisa, prevalentemente in zone lontane dal fronte. Quando venivano catturati con le armi in pugno venivano fucilati sul posto.
Le perdite dei partigiani in termini di vite umane è stata di quasi 11.000 uomini.
La retorica sui partigiani
Sento dire dai politici rimasti ancorati all’ideologia comunista (ma anche Ciampi si esprime così) che non si possono mescolare indifferentemente i combattenti dell’una e dell’altra parte, nel senso che i partigiani erano dalla parte della ragione perché combattevano per la libertà.
Questo è totalmente immaginario (per i disinformati), oppure fazioso e retorico (per i consapevoli). La realtà è che i partigiani combattevano per ammazzare i fascisti e per fare la rivoluzione comunista.
I concetti di democrazia e libertà politica, non avevano cittadinanza tra i combattenti di allora, salvo che per una piccola minoranza evoluta, che non può essere rappresentativa.
(Partigiani Cattolici e del Partito d’Azione)
Per arrivare alla verità bisogna calarsi nella realtà di allora, e per chi non l’ha vissuta è difficile.
E’ difficile perché la storia, da che mondo è mondo, è raccontata dai vincitori, e quindi esposta in termini faziosi.
La realtà del 1944-1945 e oltreLe durezze della guerra avevano inasprito gli animi. Ammazzare gli avversari era un concetto normale. Aggiungi che l’ideologia comunista, di una eguaglianza tra le classi sociali, aveva conquistato comprensibilmente il cuore di molti operai e contadini.
Gran parte dei partigiani pensava che la lotta si sarebbe conclusa con la trasformazione dell’Italia in paese comunista. In questo senso sono continuate dopo la guerra le esecuzioni di ex-combattenti della RSI, ed anche di sacerdoti, che a quell’epoca venivano accomunati con i nemici del proletariato.
Peppone e Don Camillo sono parzialmente buona testimonianza dell’atmosfera del tempo, salvo che per gli omicidi che non ci potevano stare in un contesto satirico.
Infatti grandi quantità di armi nascoste sono state sequestrate dai carabinieri dopo trè anni dalla fine della guerra, dopo le elezioni del 18 aprile 1948. Depositi di armi denunciate dagli stessi leaders del PCI, preso atto che la rivoluzione non era più possibile.
I morti tra i combattenti della RSI sono stati in totale 50.000, di cui 20.000 nel dopoguerra per mano degli ex partigiani, dal 25 aprile 1945 in avanti.
Purtroppo gran parte di questi ventimila non erano i volontari delle Brigate Nere ma ragazzi di leva, colpevoli solamente di avere risposto alla chiamata alle armi.
E’ un quadro tragico che non ha niente a che vedere con gli ideali di libertà e democrazia.
CONSIDERAZIONI PERSONALI
Esperienze personaliIl giudizio su quello che è stata la guerra civile, cioè il reciproco massacro tra italiani, dal 1943 al 1945, più la coda a senso unico, fino al 1948, dipende da diversi fattori personali.
Incidono sicuramente le simpatie politiche di ciascuno, le quali sono peraltro maturate da esperienze personali, vissute o ereditate dalla famiglia. Gli schieramenti non nascono senza motivazioni. Resta il fatto che l’Italia è tuttora divisa in due.
Si tenga anche conto che all’epoca dei fatti la comunicazione era limitatissima. Durante la guerra, se rifletto sulla condizione del mio ambiente sociale (niente telefono e radio), mi rendo conto che si veniva a sapere solo quello che succedeva nel raggio di un chilometro, pur vivendo in una grande città.
Voglio raccontare le poche cose che ho sperimentato io dal vivo, cioè due episodi ed il racconto di un vicino di casa.
Un morto sul marciapiedi
Prima esperienza nei giorni immediatamente dopo il 25 aprile. Stavo andando a Messa e arrivato in Piazzale Lugano, dove inizia il Ponte della Ghisolfa, c’era sul marciapiede il corpo di un uomo morto (era il primo morto che vedevo in vita mia) con la testa in una pozza di sangue non ancora indurito. Era un uomo di mezza età vestito in borghese con abiti modesti. Lo avevano sicuramente prelevato di notte e ammazzato in un punto che fosse ben visibile.
La gente che passava come mè per andare a Messa sostava un attimo e poi proseguiva in silenzio. Si capiva che tutti erano impressionati, spaventati. Non osavano fare commenti di alcun tipo.
Simulazione agghiaccianteSeconda esperienza sempre negli stessi giorni, in via Bodio, strada di transito a pochi passi da casa mia, percorso quasi obbligatorio uscendo da via Cantoni.
Ricordo che da via Jenner giunse una moto-carrozzetta. Quei veicoli da trasporto merci a trè ruote tanto in uso allora. Alla guida un partigiano (dopo il 25 aprile erano tutti in abiti militari) e posteriormente nel cassone da trasporto merci, due partigiani in piedi. In mezzo a loro, seduta su una sedia con le mani legate dietro la schiena, una giovane ragazza, diciotto/vent’anni, capelli rapati a zero.
A metà di via Bodio il furgoncino è salito sul marciapiedi nello spartitraffico erboso di allora (adesso c’è una corsia riservata alla filovia 90 e 91). I due partigiani del cassone hanno fatto scendere la ragazza e l’hanno accostata ad un albero. Uno dei due ha piazzato una mitraglia a treppiede pochi metri davanti alla ragazza e si è sdraiato sull’erba in posizione di sparo. L’altro, evidentemente il comandante, ha letto una sentenza di morte. Una donna, da una finestra dal secondo, piano blaterava insulti contro la ragazza, chiaramente senza conoscerla.
La povera ragazza dava segni di svenimento.
Dopo aver letto la sentenza il comandante ha dato l’ordine “fuoco !!!”
Quello alla mitragia non ha sparato.
Hanno fatto risalire la ragazza sul furgoncino e sono ripartiti verso il Ponte della Ghisolfa. Evidentemente lo show continuava. Ognuno può immaginare il seguito come vuole.
Ritorno di un soldato di leva
Nall’abitazione adiacente alla nostra, al quarto piano di via Cantoni n°8, (due locali, cunt el cess in su la ringhera) è venuta ad abitare una giovano coppia di sposini. Luigi Baroni, e sua moglie Lina già in avanzato stato di gravidanza.
Luigi Baroni, classe 1925 (ora non c’è più), è stato chiamato alle armi nel 1944 (a 19 anni) dal governo della RSI. Tra l’alternativa di scappare, rischiando la pena di morte per diserzione (come d’uso a quell’epoca in tutte le nazioni in guerra) e quella di obbedire, lui scelse di obbedire alla chiamata.
Lui, prima di andare militare, lavorava alla Face Standard in via Bodio, dove in seguito ho lavorato anch’io.
Lo hanno mandato a combattere sull’Appennino Emiliano, sulla Linea Gotica, dove il fronte si è fermato negli ultimi sei mesi di guerra.
Il 25 aprile, non so attraverso quali vicende, è riuscito a ritornare a casa portandosi la Lina, che aveva conosciuto e sposato in zona di guerra.
La notte successiva sono andati a prelevarlo in casa i partigiani (qualcuno aveva fatto la spia) e l’hanno portato al loro comando.
Il comandante partigiano del gruppo quando lo ha visto e brevemente interrogato ha ordinato che venisse liberato immediatamente, gridando questa frase: basta con il sangue!!!
Frase molto significativa.
Quando poi Luigi Baroni si è presentato alla Face Standard per riprendere il lavoro gli è stato detto che non ne aveva più diritto. Ha trovato poi da lavorare altrove come fattorino.
La sorte di Luigi Baroni non è stata però delle peggiori. Diverse di migliaia di quei ragazzi sono entrati nella lista dei “desaparecidos” italiani, di cui la storia ufficiale della Nazione non ha mai parlato.
Glorificare e demonizzare
Glorificare tutti quelli che hanno combattuto per i vincitori e demonizzare tutti gli altri è un esercizio normale, sotto ogni latitudine. E’ però una normalità “a scadenza”.
Ad un certo punto la storia dovrebbe prevalere. E dovrebbe prevalere anche la pacificazione, cosa che non è avvenuta in Italia.
BOMBARDAMENTI SU MILANO
I cinque anni di guerra
Durante l’arco dei cinque anni di guerra ci sono state 60 incursioni aeree su Milano che hanno provocato circa duemila morti.
Quattro di questi bombardamenti, avvenuti in un periodo di nove notti dal 7 al 15 agosto 1943, hanno provocato più danni alla città di tutti i rimanenti bommbardamenti messi insieme.
Sono stati i bombardamenti più pesanti mai effettuate in Italia
Quindi probabilmente il colpo di grazia dato all’Italia, che trè settimane dopo,
l’ 8 settembre, annunciava l’armistizio con gli anglo-americani.
Nel 1943 i quadrimotori inglesi e americani (tutti ad elica a quel tempo) partivano dall’Inghilterra ed arrivavano su Milano sempre all’una di notte.
La durata dell’incursione, anch’essa costante, era di un’ora; il tempo necessario a far transitare centinaia di aerei, che viaggiavano a 450 km/ora ad altezze tra i 3mila ed i 6mila metri.
I bombardamenti di Agosto 1943Nel totale dei 4 bombardamenti di agosto 1943 sono transitati 916 bombardieri che hanno sganciato 2600 tonnellate di bombe.
Sulla base dei documenti consultati dall’autore del libro presso il Bomber Command
della RAF (Royal Air Force), risulta che l’intenzione degli anglo-americani era quella di provocare lo stesso effetto ottenuto su alcune città tedesche, totalmente distrutte dal fuoco.
Bombardando intensamente con bombe incendiarie i centri storici, ad alta concentrazione abitativa, avevano creato un “effetto camino” che attirando aria dalle zone limitrofe alimentava il fuoco incendiando tutto.
Questo effetto non si è ripetuto a Milano grazie alla diversa struttura degli edifici, che nei paesi mediterranei è di laterizi mentre nei paesi nordici è legno.
Nel secondo e più pesante dei quattro bombardamenti, con 504 aerei (notte 12-13 agosto), nonostante la grande quantità di incendi provocati dal lancio di 380.000 bombe incendiarie al fosforo, non si è determinato l’effetto camino sperato dagli anglo-americani, che avrebbe raso al suolo la città, come a Dresda.
I danni a MilanoDurante i 4 bombardamenti di agosto 1943 sono stati colpiti tra l’ altro il Duomo, la Scala, la Galleria, Palazzo Marino, il Castello Sforzesco, Sant’Ambrogio, Santa Maria delle Grazie(cenacolo di Leonardo), Accademia di Brera, una miriade di altri edifici storici, oltre a tutte la grandi fabbriche, la Stazione Centrale e tutti i grandi scali ferroviari.
La mia casa
Io speravo di individuare in quale di questi bombardamenti avevano incendiato la casa della mia famiglia, la mia casa, in via Cantoni al numer vot
Non ho trovato riferimenti sicuri.
Solo indicazioni probabilistiche.
Ritengo si sia trattato del terzo bombardamento avvenuto nella notte tra sabato 14 e domenica 15 agosto, in quanto è scritto che “a bombardamento avvenuto, la zona intorno allo Scalo Farini era semidistrutta”
Dalla mia casa, al quarto piano, in fondo alla ringhiera, vedevo tutto il grande Scalo Farini sottostante.
Il più grande dopo Lambrate.
Spazio enorme in un contesto cittadino, delimitato da grandi alberi di robinie, dal profumo intenso nelle fresche sere d’estate.
A destra la vista era limitata dal Ponte della Ghisolfa, a circa 500 metri.
A sinistra intravedevo appena la stazione Garibaldi, a 2 o 3 chilometri.
Di fronte, al di la dello scalo ferroviario, la zona cittadina di piazza Firenze, ad almeno un chilometro.
Per mè equivaleva al Golfo del Tigullio.
BOMBARDAMENTO DELLA SCUOLA DI GORLA
Scuola elementare bombardata il 20 ottobre del 1944, alle 11,30 del mattino.
La fatalità ha voluto che una bomba dirompente si infilasse nella tromba delle scale mentre le scolaresche (allarme in ritardo) stavano scendendo nel rifugio.
Duecento morti tra alunni ed insegnanti.
Il fronte era arrivato sull'Appennino emiliano ed i bombardieri partivano ora dall'Italia del sud.
I bombardamenti ora avvenivano di giorno in quanto non esistevano più difese contraeree nel nord Italia. (artiglieria e caccia)
Dalle relazioni del comando missione USA risulta che una squadra di 36 bombardieri aveva l'obiettivo di colpire la Breda di Sesto S.Giovanni, che produceva armi ed aerei.
La Breda aveva anche un campo volo, divenuto poi l'aeroporto di Bresso. La squadra di aerei, per inconvenienti tecnici, è andata fuori bersaglio.
In questo caso l'ordine era di scaricare ugualmente le bombe, come puntualmente avvenuto.
Le bombe hanno massacrato due quartieri, Gorla e Precotto, lungo l'asse di viale Monza.
614 morti in totale nei due quartieri.
Io ero tornato a Milano l'inverno precedente e, a 11 anni, leggevo i giornali.
L'evento è stato largamente divulgato dalla stampa, che accusava i "liberatori" di avere colpito volontariamente la scuola. La cosa faceva clamore. Mi pare che anche Radio Londra ne parlasse ma io non la sentivo. Pochi avevano la radio allora.
Sei mesi dopo la guerra è finita e la notorietà dell'accadimento è rimasta circoscritta alla zona.
Era un fatto sfavorevole alla parte vincente, sul quale era meglio glissare. A parti invertite, Gorla sarebbe diventata un luogo simbolo degli orrori nemici, tipo le Fosse Ardeatine.
La Renata ricorda che era nel rifugio antiaereo della scuola e ci fu un forte spostamento d'aria.
Non ha ricordi particolari da riferire se non il fatto che la cosa era molto nota.
Abbiamo invece ricordi comuni recenti, perchè il primo Parroco della nostra Parrocchia (eretta nel 1983), Don Walter Filippi (forse tu l'hai conosciuto), è uno dei quattro bambini rimasti sotto le macerie ma sopravissuti. Aveva nove anni. L'hanno tirato fuori dopo moltissime ore.
Era incastrato sotto una trave, abbracciato ad un suo amico che durante le ore è morto.
Lui aveva subito solo un danno ad una gamba ed ha zoppicato per il resto della sua vita.
Si sono accorti che lui era lì perchè nello scavare gli anno toccato una mano e lui ha mosso le dita.
L'amico Luigi Abordi aggiunge la sua testimonianza sul 25 aprile
I miei ricordi del 25 aprile sono rimasti anche se ero molto....piccolo. Abitavo con la mia famiglia a cento metri da piazzale Loreto percio' ricordo benissimo quel giorno: il 25 aprile 1945.Alla gioia che c'era nella gente adulta appena conosciuta la fine della guerra al mattino presto di quel 25 aprile nel cortile dove abitavo osservavo i grandi che parlavano sottovoce e con paura.
Sottovoce dicevano: il Duce con i suoi fedeli erano stati appesi morti al traliccio del distributore di benzina sull'angolo del corso Buenos Aires vicino al muretto dove l'anno prima in agosto furono uccisi 15 partigiani di Sesto. Il portone del cortile quel giorno rimase chiuso e sprangato. Sul portello fu'messo di guardia a turno un uomo della casa. (abitavo in una casa a cinque piani con un servizio in fondo alla ringhiera e la stufa a legna per riscaldarsi d'inverno, senza ascensore, ma c'era un cortile la sabbia per giocare e una fila di pioppi che in estate davano una bella ombra). Noi bambini quel giorno fummo impediti di uscire sulla strada ma sbirciando fuori dal portello si vedevano passare sul viale moltissime persone che urlavano e non si capiva se erano contente o erano cattive e inferocite. A me non fu' permesso di andare a vedere il Duce appeso in piazzale Loreto ma ascoltai con paura il racconto del mio papa' che ci era andato assieme agli altri uomini della casa.
Con la mamma ascoltammo in silenzio e con molta paura quello che quel giorno stava succedendo vicino alla nostra casa .
Nei giorni seguenti finalmente il portone della casa fu riaperto e noi bambini potevamo uscire liberamente sul marciapiede che allora era libero dalle auto che non esistevano.
Nei giorni seguenti finalmente il portone della casa fu riaperto e noi bambini potevamo uscire liberamente sul marciapiede che allora era libero dalle auto che non esistevano.
In mezzo al viale c'erano due binari pieni di sassi dove passava il tram per Sesto e per Monza. In quei giorni i sassi del tram furono calpestati dai partigiani che scendevano tutti i giorni da Sesto in corteo con le armi in mano cantando e urlando, noi mentre li guardavamo avevamo molta paura. Davanti al corteo c'erano sempre delle donne che a piedi nudi con la testa rapata e vestite con uno spolverino che tenevano con le mani legato ma ogni tanto qualcuna non c'e' la faceva e cadeva per terra sui sassi e quelli la circondavano e la obbligavano con spinte del fucile o con calci a rialzarsi.
La donna che cadeva si vedeva che sotto era nuda ed era stata picchiata. Erano queste state le donne dei fascisti, cosi dicevano i grandi, e adesso si meritavano di essere giustiziate in piazzale Loreto anche loro. Cosa sia successo in piazzale Loreto a queste donne non lo posso sapere ma solo immaginare, nessuno di noi bambini non e' mai potuto accedere al seguito di questi cortei, i grandi dicevano che le facevano fuori. Qualche donna passo' davanti alla nostra casa anche lei rapata e vestita con lo spolverino grigio chiaro trasportata sopra un motocarro lei stava in piedi attorniata da uomini con le armi in mano e dietro seguivano in corteo i partigiani a piedi. Questa e' una pagina di storia che non ho piu'sentito descrivere da nessuno ma che penso sia bene sia dimenticata. Se prima e dopo gli uomini e le donne hanno sbagliato il Signore provvedera' con la sua grande misericordia a perdonare quelli che hanno fatto quello che non dovevano fare se si sono pentiti.
E noi non possiamo permetterci di dare giudizi e condannare nessuno.
Ricevo da Brunello Amici
Brunello mi manda, oltre a qualche suo commento, uno stralcio dal Sole24Ore di Domenica 24 Aprile u.s. con un articolo di Ermanno Olmi a commento del 60° anniversario della Liberazione.
Ad inviarmelo è la carissima Ilaria Amici, sua figlia.
E' un regalo graditissimo e centratissimo di cui ringrazio affettuosamente Ilaria.
Ermanno Olmi, mio amico d'infanzia, ha scritto un articolo che occupa mezza pagina del Sole24Ore, se si include una grande foto al centro.
Lo scritto collima perfettamente con la mia visione degli eventi del tempo. Potrei sottoscriverlo come lo avessi scritto io.
Ad inviarmelo è la carissima Ilaria Amici, sua figlia.
E' un regalo graditissimo e centratissimo di cui ringrazio affettuosamente Ilaria.
Ermanno Olmi, mio amico d'infanzia, ha scritto un articolo che occupa mezza pagina del Sole24Ore, se si include una grande foto al centro.
Lo scritto collima perfettamente con la mia visione degli eventi del tempo. Potrei sottoscriverlo come lo avessi scritto io.
Un dettaglio:
sono citati i platani tagliati abusivamente di notte in via Bodio durante l'inverno 1943/44. Aggiungo che i ceppi stessi sono stati strappati alla terra le notti successive.
E, sempre della serie "riscaldarsi", ricordo che di notte c'era gente che scavalcava il muro di recinzione dello Scalo Farini per prendere carbone dai carri ferroviari parcheggiati.
Questo avveniva nonostante lo scalo fosse sorvegliato dai tedeschi.
Ermanno Olmi ha diviso quel periodo tra via Cantoni ed una località della bergamasca originaria della sua famiglia, dove era sfollato.
Lo dice anche nell'articolo dove parla della scuola dei Salesiani
dove faceva la 3a media (via Copernico) e di "piazzale Loreto dove andavo a prendere il tram per il paese dov'ero sfollato".
Era il tram interurbano predecessore della Linea 2 del Metrò.
Questa doppia residenza crea qualche confusione quando parla del mattino del 25 Aprile quando un suo amico dalla finestra gli gridò "è finita !" mentre lui correva perchè era in ritardo.
Questo avviene nel paese dov'era sfollato.
Lo dico in risposta ad una domanda di Brunello: eri tu quell'amico ?
Non potevo essere io. Non avveniva in via Cantoni
Oltretutto io non avevo la radio, come certamente aveva quel suo amico.
Poi Brunello commenta cosi la email di Pedro Fouz:
forte il Pedro ! Sembra la versione spagnola del Franco Valsecchi !
Effettivamente sento molte affinità con Pedro.
L'ho conosciuto nel settembre 1972. Mi invitò a casa sua a cena, la sera stessa del mio arrivo. E fu subito amicizia
Affettuosi saluti a tutti
Franco Valsecchi
sono citati i platani tagliati abusivamente di notte in via Bodio durante l'inverno 1943/44. Aggiungo che i ceppi stessi sono stati strappati alla terra le notti successive.
E, sempre della serie "riscaldarsi", ricordo che di notte c'era gente che scavalcava il muro di recinzione dello Scalo Farini per prendere carbone dai carri ferroviari parcheggiati.
Questo avveniva nonostante lo scalo fosse sorvegliato dai tedeschi.
Ermanno Olmi ha diviso quel periodo tra via Cantoni ed una località della bergamasca originaria della sua famiglia, dove era sfollato.
Lo dice anche nell'articolo dove parla della scuola dei Salesiani
dove faceva la 3a media (via Copernico) e di "piazzale Loreto dove andavo a prendere il tram per il paese dov'ero sfollato".
Era il tram interurbano predecessore della Linea 2 del Metrò.
Questa doppia residenza crea qualche confusione quando parla del mattino del 25 Aprile quando un suo amico dalla finestra gli gridò "è finita !" mentre lui correva perchè era in ritardo.
Questo avviene nel paese dov'era sfollato.
Lo dico in risposta ad una domanda di Brunello: eri tu quell'amico ?
Non potevo essere io. Non avveniva in via Cantoni
Oltretutto io non avevo la radio, come certamente aveva quel suo amico.
Poi Brunello commenta cosi la email di Pedro Fouz:
forte il Pedro ! Sembra la versione spagnola del Franco Valsecchi !
Effettivamente sento molte affinità con Pedro.
L'ho conosciuto nel settembre 1972. Mi invitò a casa sua a cena, la sera stessa del mio arrivo. E fu subito amicizia
Affettuosi saluti a tutti
Franco Valsecchi
DA BRUNO MARELLI A FRANCO VALSECCHI
Caro Franco,
i miei ricordi sono condizionati da un evento importante per me, ma sopratutto per la mia famiglia che in qualche misura segna una sorta di spartiacque tra due periodi: l'esodo da Pola avvenuto nel gennaio del 1947.
Questo evento è capitato mentre stavo frequentando la seconda elementare che infatti ho completato in provincia di Brescia. Poi dopo qualche mese ci siamo trasferiti a Venezia e poi a Mestre.
Dunque per ora ricordi di Pola. Innanzitutto ricordi di guerra e di bombardamenti. Pola era un importante centro strategico con un cantiere navale che è stato oggetto delle attenzioni sia degli alleati che dei tedeschi.
Fin dalla prima guerra mondiale gli austriaci avevano provveduto a scavare sotto la roccia degli ampli rifugi antiaerei che per noi sono stati una vera manna ai tempi dei bombardamenti massicci degli Alleati. Era sufficiente andare per tempo in rifugio per essere totalmente al sicuro.
Ricordo il rituale che si svolgeva prima di ogni attacco aereo: c'era un ricognitore che tutti chiamavano Pippo che precedeva di pochi minuti uno stormo di aerei che disegnavano in cielo delle strane figure. Erano indicazioni per individuare le zone da colpire.
Contestualmente (ma non sempre) scattava l'allarme antiaereo ed entrava in azione la contraerea di terra. Spesse volte però nelle giornate di vento gli obiettivi venivano spostati ed il bombardamento avveniva in zone non strategiche. Se quindi Pippo era seguito da questo rituale bisognava affrettarsi e correre in rifugio. Mi ricordo che al pari di tanti altri abbiamo lasciato la nostra casa e preso in affitto una stanzetta accanto ad una delle bocche dei rifugi per essere più presto al sicuro.
Passata l'ondata veniva dato il segnale di cessato pericolo e si poteva tornare a casa.
Spesse volte si trattava di ondate successive per cui bisognava dopo pochi minuti ritornare di corsa in rifugio. Ricordo il Natale del 1944 passato completamente in rifugio tra una serie di attacchi ravvicinati. Non sapendo tempi e luoghi del bombardamento bisognava essere preparati a permanenze anche piuttosto lunghe ed aver cura di avere con sè la borsa della spesa e qualche coperta in caso di pernottamento.
Ricordo distintamente l'atmosfera all'interno del rifugio che era costituito da un sentiero scavato nella roccia largo alcuni metri e con una panchina di sasso su cui ci si poteva sedere.
Nonostante avessimo trenta e più metri di roccia sopra la testa quando la bomba ci cadeva sopra tutto tremava per qualche istante e talvolta si intravedevano i bagliori dello scoppio in corrispondenza agli sfiatatoi necessari per far circolare l'aria. Gli sfiatatoi ovviamente non seguivano percorsi rettilinei per arrivare alla superficie.
Ricordo le persone che arrivavano in ritardo e trafelate con qualche notizia riguardo alla zona che il bombardamento aveva colpito. Si spargevano ovviamente le notizie più disparate: hanno centrato la tale strada, tutte le case sono venute giù e così via. Figuriamoci la preoccupazione ed anche la disperazione: non si vedeva l'ora di uscire per constatare i danni.
Ricordo che mio papà incallito fumatore si portava di tanto in tanto verso l'imbocco del rifugio per fumare una sigaretta (all'interno del rifugio non si poteva ovviamente fumare).
Ricordo la preoccupazione di mia madre che non lo voleva lasciar andare anche se il pericolo era molto limitato. Noi avevamo un cagnolino di razza volpina che ovviamente non potevamo portare con noi e che quindi rimaneva in casa (si chiamava Bianchino per il colore del pelo):
la volta che hanno centrato la nostra casa ma non in pieno per fortuna Bianchino è diventato sordo. Ricordo a questo proposito un episodio curioso: mia madre era riuscita a trovare della carne fresca e la cosa non era così banale. Mentre la stava preparando era squillato l'allarme e lei aveva lasciato il tutto sul lavandino ben fuori portata dal cane. Come abbia fatto non lo so perchè era di taglia piccola; sta di fatto che guidato dalla fame Bianchino era riuscito a salire in qualche modo sul lavandino e farsi una scorpacciata come non gli accadeva da chissà quanto tempo.
Al ritorno ricordo che mia mamma non sapeva se ridere o piangere, se accarezzarlo o usare la scopa. Tutto ciò è avvenuto dopo il settembre del 1943; se non ricordo male abbiamo avuto il primo bombardamento massiccio nel gennaio 1944 e la cosa si è protratta fino all'aprile del 1945.
Questo è un primo contributo: se i lettori saranno interessati potrei raccontare quello che è avvenuto nel periodo successivo.
Visto l'incoraggiamento dell'amico Franco continuo con qualche nota relativa al periodo aprile 1945-gennaio 1947 in cui si sono decisi i destini dell'Istria. Devo per forza ricordare un po' la storia del periodo e, per quanto mi riesce, cercherò a distanza di tanti anni di essere il più imparziale possibile. Sono peraltro molto contento se qualcuno troverà in queste poche righe qualcosa di inedito di cui non era a conoscenza. Devo infatti dire che a questo periodo ed a questa storia è stata messa la sordina per lunghi anni per una serie di ragioni che non commento.
Mi scuso quindi se privilegerò i fatti "ufficiali" rispetto ai ricordi personali.
La prima considerazione e non di scarso rilievo è che nell'ultima settimana di aprile 1945 mentre in Italia la guerra si concludeva rapidamente da noi cominciava forse il peggior periodo.
La strategia delle armate Jugoslave (uso il nome armate come da fonti ufficiali anche se in realtà si trattava di un esercito molto disomogeneo che si era ingrossato a dismisura dal febbraio 1945) era quella di precedere ovunque era possibile l'arrivo degli Alleati con lo scopo evidente di far prevalere in seguito la politica dello status quo di occupazione.
Mentre l'interno dell'Istria era in mano ai partigiani locali (non quindi all'esercito Jugoslavo) fin dal settembre 1943, la fascia costiera occidentale che collega Pola a Trieste e quella orientale che collega Pola a Fiume era difesa ad oltranza dai tedeschi nella regione che avevano battezzato Litorale Adriatico e che a tutti gli effetti faceva parte del Reich con scarsa o meglio nulla influenza della Repubblica di Salò. Il cedimento dei tedeschi era in atto da circa metà marzo 1945, ma di fatto l'offensiva della Quarta Armata Jugoslava venne lanciata il 17 aprile ed ottenne il risultato di occupare Trieste il primo maggio e Pola il 3 maggio (la resa definitiva dei tedeschi fu firmata il 6 maggio). La differenza essenziale è che a Trieste gli Alleati arrivarono subito (credo il 4 o 5 maggio) pretendendo il passaggio immediato di poteri mentre a Pola tale evento accadde solo il 12 giugno. Ci si trovava dunque in una situazione a partire circa dal 25 aprile in cui i collegamenti con Trieste erano stati tagliati, con gli Jugoslavi che assediavano Pola dall'entroterra (Dignano, Lisignano, Medolino) e con i tedeschi asserragliati da parte opposta della città con una particolare roccaforte in località Stoia. Cito questi nomi perchè forse qualcuno può ricordarli per avervi trascorso le vacanze estive molti anni dopo.
Cessati quindi i bombardamenti Alleati bisognava quindi fare i conti con una guerra cittadina in atto con tanto di cannonate che sorvolavano i nostri tetti e soprattutto con il timore che tutto potesse evolvere in una carneficina di civili. Per fortuna non è andata così perchè le difese tedesche erano ormai allo stremo e non c'è stata una battaglia casa per casa come poteva accadere. Di fatto comunque ci siamo trovati sotto l'amministrazione Jugoslava nel giro di pochi giorni. Tale amministrazione provvisoria si è protratta fino al 12 giugno per 45 giorni diventati famosi per la caccia a tutto quello che poteva essere o sembrare un vestigio di italianità.
Sicuramente è stato politicamente un grosso errore come riconosciuto dagli stessi Jugoslavi dopo parecchi anni, ma in qualche misura si è voluto in 45 giorni rifarsi di tutti i torti subiti dalle minoranze slovene e croate in più di vent'anni sotto il passato regime. Chiunque aveva avuto responsabità politiche e civili nel passato s'era messo al sicuro per tempo, per cui non restava che una popolazione a grande maggioranza di ceppo veneto su cui rivalersi.
Si è cominciato a prelevare dalle singole abitazioni i professionisti (medici, avvocati, professori) ed usando una brutta accezione allora di moda a "deportarli". In genere venivano avviati verso qualche isola dalmata (Cherso, Lussino, Veglia, Arbe o più giù vicino a Zara) e tenuti praticamente in stato di prigionia senza nessuna garanzia di diritti civili e legali. L'imputazione allora molto comune era di essere "nemici del popolo". Devo dire onestamente che parecchi hanno potuto far ritorno a casa dopo l'arrivo degli Alleati, non tutti però e comunque mai è stato possibile fare un censimento delle vittime.
E' chiaro che parlo di persone non impegnate con il regime se non forse per simpatia dell'unica forma di italianità che l'Istria ha potuto avere dopo la prima guerra mondiale. Mio padre, insegnante elementare molto conosciuto e ritengo benvoluto dalla grande maggioranza degli allievi non ha avuto alcuna noia, ma c'era la sensazione che fosse sufficiente una segnalazione dovuta ad una semplice antipatia personale per passare guai grossi.
Questo stato di cose ha persuaso la stragrande maggioranza di coloro che sarebbero diventati poi esuli a seguire questa strada.
Questo stato di cose ha persuaso la stragrande maggioranza di coloro che sarebbero diventati poi esuli a seguire questa strada.
Pola aveva allora 55 mila abitanti come detto a grande maggioranza di ceppo veneto: ebbene circa novanta su cento hanno deciso di non rimanere sotto l'amministrazione Jugoslava quando poco più di un anno dopo si è conosciuto il destino dell'Istria. Notare che parlo di una generazione che era nata e cresciuta sotto l'Austria e che a priori essendo legata alla propria terra avrebbe accettato di rimanere qualora fossero stati rispettati gli stessi diritti che l'Austria aveva garantito alle minoranze. Nei mesi successivi si comincia ad aver sentore di cedimenti da parte degli Alleati sul nucleo centrale del problema e cioè l'attribuzione dei territori giuliani nel trattato di pace (posizione rassicurante degli americani, molto più ambigua quella degli inglesi e dei francesi).
Si tratta di circa 10 mila Kmq che gli Alleati dovevano occupare integralmente ed al di sopra delle parti per consentire una equa spartizione in base alle caratteristiche etniche. Di fatto viene consentito all'esercito di Tito di rimanere in larghe parti dell'Istria interna ivi comprese alcune località della costa tipo Rovigno e Parenzo mettendo così dei presupposti importanti per il futuro. L'intera Istria viene percorsa da una commissione interalleata d'inchiesta che ha il compito di stabilire etnie e radici dei singoli territori.
Ciò si protrae per 28 giorni ed è datato marzo 1946. In realtà si ha l'impressione di una serie di azioni pro forma che avallino decisioni già meditate e probabilmente prese. Passa così buona parte del 1946 tra speranze sempre più esigue ed evidenze via via crescenti di una soluzione che non favorirà l'Italia. Il 29 luglio si apre a Parigi la conferenza per la pace ed il 10 agosto De Gasperi pronuncia il famoso e dignitosissimo discorso che cerca di perorare le residue speranze italiane, ma che fa capire in modo definitivo quanto siano poche ed affidate all'arbitrio altrui.
Per gli amanti della storia è quel discorso che comincia con le seguenti parole: "Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: e soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa considerare come imputato e l'essere citato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione".
Ad agosto l'intera città partecipa ad una tragedia. Circa 80 persone muoiono e centinaia rimangono ferite per uno scoppio di parecchie mine lascite incustodite in uno stabilimento balneare e ritenute disinnescate. Il fatto avviene di domenica in località Vergarolla in concomitanza ad una manifestazione velica di stampo chiaramente italiano. Non è mai stata appurata la verità e quindi è rimasto il dubbio di un attentato anche se l'inchiesta ufficiale condotta dalle autorità Alleate non ha avallato questa ipotesi.
Finalmente le poche speranze cadono nell'ottobre del 1946 con la conclusione della conferenza di Parigi che assegna alla Jugoslavia circa 9300 Kmq dei 10000 in discussione lasciando all'Italia parte della città di Gorizia ed istituendo il cosiddetto Territorio Libero di Trieste. Con la certezza dell'assegnazione dell'intera Istria alla Jugoslavia che diventerà operativa nel settembre 1947, ma che di fatto è già in essere in buona parte dell'interno, scatta così l'operazione esodo: chiunque abbia possibilità concrete di appoggi in Italia (lavoro statale, parenti o altro) è orientato ad andarsene. Chi viceversa ha una casa di proprietà o qualche piccolo appezzamento di terreno è più incerto e non vuole staccarsi dai risparmi di una vita.
L'ideologia c'entra poco perchè i famosi 45 giorni hanno convinto tutti di non poter continuare a vivere dignitosamente, nè si pensa ad una normalizzazione che dovrà necessariamente avvenire, che viene ovviamente sbandierata dalla controparte, ma che riscuote poca credibilità. Tutto ciò lo ripeto riguarda la gente comune non compromessa in alcun modo con il regime fascista che ora deve scegliere nell'arco di pochi mesi. I miei godono di una condizione privilegiata non avendo beni immobili da difendere ed avendo mio padre un impiego che gli garantisce un posto di lavoro ovunque in Italia e quindi la scelta è scontata.
Lasciamo quindi Pola nel gennaio del 1947. La famiglia non è comuque compatta e ciò succede un po' per tutti: uno zio da parte di mio papà e due da parte di mia mamma decidono di restare proprio per le ragioni che accennavo prima mentre altre sei famiglie di parenti stretti decidono per l'Italia. Ricordo una serie di atteggiamenti ostili da parte della minoranza italiana che aveva sposato l'idea del comunismo e che non esitava a fischiare ed a tacciare di fascisti coloro che per lunghe ore sul molo centrale attendevano di imbarcarsi sul famoso "Toscana" (il nome della nave che ci portava a Trieste).
Tale fenomeno però si smorza da se stesso di fronte all'imponente fenomeno dell'esodo e gli stessi oppositori rimangono più attoniti che contrariati all'idea di una scelta di massa che di fatto li lascia soli senza più alcuna controparte. I problemi però non sono finiti perchè una strana legge stabilisce che chi ad una certa data (mi pare maggio 1940) risiedeva nei territori che verranno annessi alla Jugoslavia viene dichiarato cittadino jugoslavo. Per riconquistare la cittadinanza italiana bisognerà far scattare una opzione esplicita.
Ricordo le lungaggini, ricordo che mio padre non ebbe diritto di voto alle poltiche dell'aprile 1948, ricordo infine la ritorsione di essere considerati ospiti non graditi dall'amministrazione jugoslava per tutti coloro che avevano optato per l'Italia. Sono tornato a Pola nel settembre 1958 con una comitiva organizzata con passaporto collettivo per la durata di un paio di giorni. Finalmente nel 1962 ho potuto avere il visto che mi permetteva soggiorni individuali nella mia città. Non voglio trarre conclusioni da questo racconto, nè schierarmi nel dare giudizi storici. Solo qualche riflessione.
Anzitutto il silenzio che per decine d'anni è calato su questo fenomeno che ha coinvolto complessivamente 350000 persone. Voglio solamente dire citando Aldous Leonard Huxley che i fatti non cessano di esistere solo perchè vengono ignorati. La seconda e forse più amara riflessione rigurda il fatto di constatare che tornando a Pola non sono in grado di comunicare (altro che in inglese) con persone nate nella mia città e più giovani di 15-20 anni: io infatti non conosco il croato nè loro parlano l'italiano. Siamo quindi riusciti a spezzare una sorta di equilibrio etnico che durava da secoli nel rapido volgere di pochi decenni.
E' ovvio che mi chieda di chi sia la responsabilità, ma come non riesco ad attribuirla a me stesso o a coloro che hanno fatto la mia scelta non la posso certo imputare a coloro che abitano ora a Pola e con cui faccio fatica a comunicare.
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venerdì, novembre 04, 2005
Turchia in Europa
La Turchia è in lista d’attesa, da diversi anni, per entrare nell’Unione Europea.
L’ingresso nell’UE della Turchia è visto dagli Stati europei in modo conflittuale. Esistono ragioni pro e contro l’entrata della Turchia.
La Turchia è diventata uno stato formalmente laico nel 1923, per merito del dittatore Kemal Ataturk.
Ataturk ha fatto adottare alla Turchia il nostro calendario (gregoriano), il nostro alfabeto (latino), la monogamia, la separazione del potere religioso dal potere politico, ecc, un balzo formidabile verso il mondo occidentale. Un evento unico nella storia delle nazioni.
Membro della NATO fin dal 1952, la Turchia ha costituito un formidabile bastione difensivo nello schieramento anti-URSS. Ora chiede all’Occidente che gli venga riconosciuto questo merito.
Da un punto di vista commerciale la Turchia rappresenta una notevole area di sfogo per l’industria europea, vale a dire un mercato con un territorio vasto più del doppio dell’Italia ed una popolazione di 67 milioni di abitanti ad elevato tasso di crescita.
Di segno opposto al suo ingresso in Europa c’è il fatto di essere al 99% costituita da individui di religione mussulmana, che entrando a pieno titolo in Europa acquisirebbero automaticamente il diritto ad emigrare liberamente negli altri 25 Stati membri dell’UE. Stati membri tutti di religione/cultura cristiana. Situazione totalmente nuova per l’Europa.
Il dilemma per il futuro è questo: cosa potrà succedere in Europa con questo rimescolamento religioso/culturale ? Rimescolamento peraltro in totale contrasto con la storia europea.
Esiste una dolorosa esperienza fatta dalla Yugoslavia, dove la convivenza di cristiani e mussulmani è sfociata in una tragedia.
Gli ottimisti (qualunquisti ?) preferiscono pensare che l’entrata dei turchi in Europa possa favorire un, per così dire, annacquamento, una europeizzazione della loro cultura islamica, e quindi la vedono come una opportunità, in alternativa ad una ghettizzazione, se la Turchia non venisse accettata.
Quella di accettare la Turchia “nella fiducia” sarebbe però una scelta a fondo cieco, dico io.
Personalmente penso che la Turchia dovrebbe essere si accettata in Europa, ma con uno statuto speciale relativamente alla libertà di emigrazione verso i rimanenti Stati Europei.
Vale a dire con una clausola dove l’immigrazione dei turchi fosse ancora soggetta alle decisioni dei singoli Stati riceventi, liberi ognuno di decidere se aprirsi parzialmente o totalmente, ed in ogni caso di poter contingentare di anno in anno gli ingressi.
Questo permetterebbe ai singoli Stati di verificare nel tempo l’effetto della coesistenza tra cristiani e mussulmani, e di poter variare di conseguenza, a loro scelta, il flusso immigratorio.
Questo permetterebbe alla Turchia di poter fruire di tutti i vantaggi economici derivanti dal far parte dell’UE, senza peraltro creare allarmi di natura etnica in Europa.
L’ingresso nell’UE della Turchia è visto dagli Stati europei in modo conflittuale. Esistono ragioni pro e contro l’entrata della Turchia.
La Turchia è diventata uno stato formalmente laico nel 1923, per merito del dittatore Kemal Ataturk.
Ataturk ha fatto adottare alla Turchia il nostro calendario (gregoriano), il nostro alfabeto (latino), la monogamia, la separazione del potere religioso dal potere politico, ecc, un balzo formidabile verso il mondo occidentale. Un evento unico nella storia delle nazioni.
Membro della NATO fin dal 1952, la Turchia ha costituito un formidabile bastione difensivo nello schieramento anti-URSS. Ora chiede all’Occidente che gli venga riconosciuto questo merito.
Da un punto di vista commerciale la Turchia rappresenta una notevole area di sfogo per l’industria europea, vale a dire un mercato con un territorio vasto più del doppio dell’Italia ed una popolazione di 67 milioni di abitanti ad elevato tasso di crescita.
Di segno opposto al suo ingresso in Europa c’è il fatto di essere al 99% costituita da individui di religione mussulmana, che entrando a pieno titolo in Europa acquisirebbero automaticamente il diritto ad emigrare liberamente negli altri 25 Stati membri dell’UE. Stati membri tutti di religione/cultura cristiana. Situazione totalmente nuova per l’Europa.
Il dilemma per il futuro è questo: cosa potrà succedere in Europa con questo rimescolamento religioso/culturale ? Rimescolamento peraltro in totale contrasto con la storia europea.
Esiste una dolorosa esperienza fatta dalla Yugoslavia, dove la convivenza di cristiani e mussulmani è sfociata in una tragedia.
Gli ottimisti (qualunquisti ?) preferiscono pensare che l’entrata dei turchi in Europa possa favorire un, per così dire, annacquamento, una europeizzazione della loro cultura islamica, e quindi la vedono come una opportunità, in alternativa ad una ghettizzazione, se la Turchia non venisse accettata.
Quella di accettare la Turchia “nella fiducia” sarebbe però una scelta a fondo cieco, dico io.
Personalmente penso che la Turchia dovrebbe essere si accettata in Europa, ma con uno statuto speciale relativamente alla libertà di emigrazione verso i rimanenti Stati Europei.
Vale a dire con una clausola dove l’immigrazione dei turchi fosse ancora soggetta alle decisioni dei singoli Stati riceventi, liberi ognuno di decidere se aprirsi parzialmente o totalmente, ed in ogni caso di poter contingentare di anno in anno gli ingressi.
Questo permetterebbe ai singoli Stati di verificare nel tempo l’effetto della coesistenza tra cristiani e mussulmani, e di poter variare di conseguenza, a loro scelta, il flusso immigratorio.
Questo permetterebbe alla Turchia di poter fruire di tutti i vantaggi economici derivanti dal far parte dell’UE, senza peraltro creare allarmi di natura etnica in Europa.
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NOI E L’ISLAM
E’ una vicenda millenaria dove i torti perpetrati sono reciproci, e non ha senso voler stabilire chi ha avuto più colpe.
La disistima e l’antipatia degli uni verso gli altri è altrettanto reciproca e perenne.
Una delle dimostrazioni più chiare di questa incomunicabilità ci viene, a mio parere, dalla storia della Spagna. I musulmani hanno regnato in Spagna per ottocento anni senza lasciare tracce di sentimenti religiosi musulmani nel popolo spagnolo.
Però fino a qualche secolo fa non esisteva un problema che invece esiste oggi:
il mondo cristiano, o meglio la cultura del mondo cristiano, cioè del mondo occidentale,
oggi ha preso il sopravvento su tutte le altre culture.
Noi quasi non ci accorgiamo di questo fatto, perché siamo all’interno della cultura vincente.
Gli altri, quelli esterni, ne sono certamente più consapevoli.
Le culture non occidentali, o sono state distrutte, vedi quelle precolombiane, o sono in via di estinzione (Cina, India, ecc) o sono estinte da tempo, vedi il Giappone.
Fa eccezione l’Islam, che pur resistendo è però accerchiato. I musulmani infatti non possono fare a meno di usare una molteplicità di simboli, tecniche, prodotti occidentali, quanto meno per poter comunicare con il mondo a loro esterno, anche quando l’interlocutore è giapponese, cinese, indiano.
Infatti il calendario è quello Gregoriano, l’alfabeto è quello latino, la lingua è quella inglese, il telefono, il cinema, la radio, la televisione, il computer ecc. sono occidentali.
Senza contare che anche i musulmani usano quanto mai volentieri l’auto, l’aereo, i piroscafi e le miriadi di prodotti industriali e scientifici, inventati dall’occidente cristiano, comprese le armi.
Questa supremazia della cultura occidentale è odiata dal mondo islamico, che si sente schiacciato e sottomesso.
A questa avversione, dovuta alla supremazia culturale dell’occidente cristiano, si deve aggiungere, in certe aree del globo, l’odio dovuto a questioni politiche. Ma quest’ultimo non è un fattore costante; vedi la differenza che ci può essere tra Irak e Kuwait.
I musulmani però, anche quelli tranquilli che non fanno la guerra all’occidente, non accettano di farsi integrare culturalmente dall’occidente. Vogliono restare quello che sono.
Lo dimostrano anche nel loro aspetto più esteriore, cioè il modo di vestirsi. Nel resto del mondo nessuno mette più le palandrane che usano loro. Senza poi parlare dei loro usi e costumi sociali e dei loro regimi politici integrati nella religione.
Ovviamente la gamma dei sentimenti che albergano nel cuore dei musulmani è vastissima.
Quelli più tranquilli si limitano a difendere tenacemente questa loro identità culturale, dove la religione è centrale ad ogni aspetto della loro vita ed investe anche la sfera del potere temporale.
I fondamentalisti, all’altro estremo della galassia islamica, sono inoltre convinti che sia loro dovere fare la guerra a tutto ciò che non è Islam, non solo agli americani. Basti pensare alla statua di Budda distrutta recentemente dagli afgani (e per la quale hanno sofferto anche e soprattutto i cristiani/occidentali)
I fondamentalisti non sono dei combattenti per i diritti del terzo mondo, non si ergono a difesa dei popoli affamati dell’Africa. Anche la questione palestinese non è la motivazione principale del loro agire.
L’obiettivo della loro guerra è quello di far vincere l’Islam su tutto il resto del mondo, che in questo momento è primariamente l’occidente. Resto del mondo che viene identificato come l’incarnazione del demonio.
Ed un fatto importante e preoccupante sono i sentimenti popolari dei musulmani, che esulano dalle politiche dei loro governi. Sentimenti sui quali i politici possono fare ben poco.
Un esempio emblematico è quello verificatosi in Turchia durante la partita Lazio-Galatasarai il 12 settembre, giorno successivo ai fatti di New York, quando è stato fatto osservare un minuto di silenzio nello stadio. Il pubblico ha fischiato il minuto di silenzio mostrando di essere dalla parte dei terroristi.
La Turchia è da mezzo secolo nella NATO, ed è sempre stata considerata dagli americani un caposaldo militare fondamentale nello schieramento antisovietico.
Inoltre si noti che i Turchi non sono arabi, sono musulmani ma tra i più moderati.
Problemi analoghi ma molto peggiori esistono in Egitto, dove Nasser che ha fatto tre guerre ad Israele, perdendole tutte e perdendo il Sinai, è morto (nel suo letto) da eroe, osannato dal popolo.
Il suo successore Sadat che ha fatto la pace con Israele e ottenuto la restituzione del Sinai è stato ammazzato dai fondamentalisti islamici dell’esercito. Ora Mubarak, un moderato, deve stare attento a come si muove se non vuol fare la fine di Sadat.
Franco Valsecchi
Siamo tutti Americani
Scrivo partendo dalle conclusioni, così chi si annoia può anche chiudere subito.
Noi siamo tutti americani, dico io.
Quando dico “noi tutti” intendo l’Europa intera, l’Occidente
Sento già molti miei amici che non ci stanno, che si arrabbiano.
Non vogliono essere gli “yankee”
Li capisco, ma la realtà è quella.
La Borsa
Per avere un’idea del nostro grado di autonomia, chi non lo fa mai provi a seguire la Borsa valori.
Appena Wall Street fa uno sternuto le borse europee fanno un colpo di tosse. Ma non il giorno dopo, non un’ora dopo ; no!!! subito !!! in tempo reale. Sono meccanicamente asservite.
D’accordo che la borsa statunitense da sola è più grossa di tutte loro messe insieme. Ma il fatto fondamentale è che in Europa le “previsioni del tempo economiche” si fanno guardando l’economia americana. Quella è il motore. Se non va l’America è inutile illudersi nella ripresa economica.
Uno dice : ho!! ma guarda che l’economia, gli affari, il “business” non sono tutto !!! C’è la cultura, ci sono le identità nazionali, c’è l’uomo, e l’Europa è la patria dell’umanesimo !!! Non abbiamo niente da imparare da nessuno !!!
Il problema è che noi adesso siamo una civiltà industriale, e dobbiamo continuare ad esserla, non siamo più capaci di tornare indietro a vivere vangando l’orto, non vogliamo tornare indietro.
Allora siccome dietro la Borsa ci sono le industrie, che sono quelle organizzazioni che ci fanno vivere, non possiamo snobbare la Borsa solo perché abbiamo alti ideali.
Gli alti ideali servono per indirizzare l’umanità verso obiettivi futuri, migliori moralmente e materialmente, che tutti noi condividiamo.
Nell’immediato gli alti ideali piacciono a noi tutti, ma pochissimi di noi sono disposti a perseguirli anche a costo di sacrifici. Solo quei pochissimi di noi che hanno abbracciato la vita del missionario possono snobbare la Borsa.
Passando dalla Borsa, ed inoltrandoci nelle industrie, si arriva ai posti di lavoro.
Quando andiamo a parlare di posti di lavoro, allora quello che era squallido business, speculazione, ecc. ecc. assume una connotazione sociale, ed entra nella sfera del sacro.
USA padroni del mondo
Dice, ma possibile che noi dobbiamo lasciare che l’America comandi il mondo ???
Facciamo un passo indietro di sessantanni.Gli americani sono venuti in Europa a battere la Germania e l’Italietta. Noi tutti, compresi i comunisti, li abbiamo applauditi.
Io ricordo alcune donne che in strada nel 1944 salutavano i bombardieri americani, che volavano a 5 o 10 mila metri, chiamandoli “liberatori” e invocandoli di tornare.
Noi non li abbiamo chiamati ma loro sono venuti egualmente a liberarci.
Pari pari come con gli irakeni oggi.
Loro hanno impedito che noi dopo aver assaggiato Hitler dovessimo assaggiare anche Stalin.
Se vi pare poco !!!
Noi, seguendo la filosofia americana, democrazia e libero mercato, siamo diventati una potenza industriale. E adesso ci piace vivere così. Anzi, non siamo più capaci di vivere in altro modo.
Arrivati al benessere, noi eravamo stufi della guerra ma loro no.
Quando la Cina di Mao ha tentato di riunificare le due Coree (nord e sud) in una sola splendida Corea maoista di contadini e pescatori, gli americani sono andati là ad impedirlo.
La Corea del sud, rimasta nella sfera d’influenza americana, nel giro di alcuni decenni è diventata una potenza industriale mondiale.
La Corea del nord, che si è crogiolata nel “sol dell’avvenire”, è diventata un centro di miseria mondiale dove i bambini muoiono di fame.
Una cosa del genere è successa anche per Taiwan (Formosa)
E via di questo passo.
Peccato che non siano venuti ad occupare anche il Sud Italia per una decina d’anni !!!
Evoluzione culturale e materiale
Se rifacciamo la storia dell’Occidente a partire dalla scoperta dell’America (1492) e tiriamo le somme vediamo che:
- Gli arabi/mussulmani non hanno fatto un tubo.
- Gli europei nei 3 secoli successivi hanno scoperto le parti del mondo ancora sconosciute.
- Gli europei hanno rivoluzionato le leggi della fisica e dato una spinta formidabile alla scienza in generale. Queste scoperte hanno poi determinato la nascita dell’industria.
- A partire dal 1900 gli USA hanno preso in mano il pallino nella scienza/tecnologia/industria e grazie a questo sono diventati la potenza dominante culturalmente, politicamente e militarmente.
- L’Europa si è messa al traino degli USA, seguita dal Giappone. Ora sono entrate in campo, in termini di emulazione, anche la Russia, l’India e la Cina.
Attualmente il livello di integrazione economica tra i vari Paesi industrializzati, attori in questo scenario, non permette a nessuno di andare per la propria strada, pena un grave decadimento economico/sociale.
Il petrolio
Il petrolio è il pane del mondo industriale. Quando te lo riducono te ne accorgi subito.
E’ già capitato nel 1973 con la crisi di Suez.
Il petrolio è in gran parte sotto i piedi degli arabi. Loro ne hanno già venduto uno sfracello ma con quei soldi non sono ancora riusciti a lanciare nei loro Stati una economia industriale.
Io non ricordo di avere mai comprato, che dico, uno stuzzicadenti con il marchio Made in South Arabia, oppure in Iraq, o in Kuwait, Barain, Doha, Dubai.
Quando finirà il petrolio cosa faranno ? Torneranno a fare i cammellieri ?
Pare che il petrolio finisca entro 40 anni.
Io fossi in loro ridurrei a metà il livello delle estrazioni e raddoppierei il prezzo. Cosi arrivo almeno a farlo durare un secolo senza perdere soldi. E vedrai che in un secolo gli arabi magari imparano a fabbricare almeno le biciclette.
E se gli arabi facessero così cosa faremmo noi ?
Noi, quando l’ambiente si deteriora, cominciamo a menarcele di santa ragione, tra disoccupati e occupati, tra rossi e bianchi ecc. ecc. e così se crepa un po’ di gente si creano posti di lavoro.
Ma non è che Saddam voleva fare qualcosa del genere quando ha invaso il Kuwait, 10 anni fa ?
Se gli americani, (sempre loro è !!!), non lo fermavano forse l’avremmo saputo nel momento in cui invadeva anche l’Arabia Saudita e tutti gli Emirati Arabi. Così dopo decideva lui sui livelli di estrazione del petrolio e sui prezzi.
Ma gli americani sono andati a far fuori Saddam per aiutare noi ? Ue!!! ma noi non siamo mica cosi fessi da crederci !!!
No, no, d’accordo. Gli americani sono andati a difendere gli affari loro. Ma guarda caso, stante il fatto che siamo nella stessa barca, quelli sono anche affari nostri.
L’Occidente ha quanto mai bisogno del petrolio arabo per vivere la sua vita industriale d’oggi.
Ma come mai la Russia, la Cina, la Germania e la Francia (le quattro maggiori potenze dopo gli USA ) non erano interessate a far fuori Saddam ?
Perché Saddam non era mica uno stupido e aveva creato le condizioni per ricattarle. I magnifici quattro di cui sopra hanno fatto per molti anni affari d’oro con Saddam. Affari che alla lunga sono diventati crediti d’oro.
Ciascuna delle quattro era creditrice di enormi somme, che rovesciando Saddam sarebbero andate (e sono andate) perse.
Ma la malevolenza verso Saddam non è dovuta ad un processo alle intenzioni, che però sono tutte da dimostrare ?
Il processo alle intenzioni verso uno che regalava 50 milioni di lire alle famiglie dei kamikaze palestinesi è troppo facile da fare.
Secondo mè non era il caso di lasciarlo comandare in un’area dove c’è sotto “il pane dell’industria”
Io ho applaudito e continuo ad applaudire Bush.
Quelli che vogliono applaudire Saddam e Bin Laden si accomodino pure.
Noi siamo tutti americani, dico io.
Quando dico “noi tutti” intendo l’Europa intera, l’Occidente
Sento già molti miei amici che non ci stanno, che si arrabbiano.
Non vogliono essere gli “yankee”
Li capisco, ma la realtà è quella.
La Borsa
Per avere un’idea del nostro grado di autonomia, chi non lo fa mai provi a seguire la Borsa valori.
Appena Wall Street fa uno sternuto le borse europee fanno un colpo di tosse. Ma non il giorno dopo, non un’ora dopo ; no!!! subito !!! in tempo reale. Sono meccanicamente asservite.
D’accordo che la borsa statunitense da sola è più grossa di tutte loro messe insieme. Ma il fatto fondamentale è che in Europa le “previsioni del tempo economiche” si fanno guardando l’economia americana. Quella è il motore. Se non va l’America è inutile illudersi nella ripresa economica.
Uno dice : ho!! ma guarda che l’economia, gli affari, il “business” non sono tutto !!! C’è la cultura, ci sono le identità nazionali, c’è l’uomo, e l’Europa è la patria dell’umanesimo !!! Non abbiamo niente da imparare da nessuno !!!
Il problema è che noi adesso siamo una civiltà industriale, e dobbiamo continuare ad esserla, non siamo più capaci di tornare indietro a vivere vangando l’orto, non vogliamo tornare indietro.
Allora siccome dietro la Borsa ci sono le industrie, che sono quelle organizzazioni che ci fanno vivere, non possiamo snobbare la Borsa solo perché abbiamo alti ideali.
Gli alti ideali servono per indirizzare l’umanità verso obiettivi futuri, migliori moralmente e materialmente, che tutti noi condividiamo.
Nell’immediato gli alti ideali piacciono a noi tutti, ma pochissimi di noi sono disposti a perseguirli anche a costo di sacrifici. Solo quei pochissimi di noi che hanno abbracciato la vita del missionario possono snobbare la Borsa.
Passando dalla Borsa, ed inoltrandoci nelle industrie, si arriva ai posti di lavoro.
Quando andiamo a parlare di posti di lavoro, allora quello che era squallido business, speculazione, ecc. ecc. assume una connotazione sociale, ed entra nella sfera del sacro.
USA padroni del mondo
Dice, ma possibile che noi dobbiamo lasciare che l’America comandi il mondo ???
Facciamo un passo indietro di sessantanni.Gli americani sono venuti in Europa a battere la Germania e l’Italietta. Noi tutti, compresi i comunisti, li abbiamo applauditi.
Io ricordo alcune donne che in strada nel 1944 salutavano i bombardieri americani, che volavano a 5 o 10 mila metri, chiamandoli “liberatori” e invocandoli di tornare.
Noi non li abbiamo chiamati ma loro sono venuti egualmente a liberarci.
Pari pari come con gli irakeni oggi.
Loro hanno impedito che noi dopo aver assaggiato Hitler dovessimo assaggiare anche Stalin.
Se vi pare poco !!!
Noi, seguendo la filosofia americana, democrazia e libero mercato, siamo diventati una potenza industriale. E adesso ci piace vivere così. Anzi, non siamo più capaci di vivere in altro modo.
Arrivati al benessere, noi eravamo stufi della guerra ma loro no.
Quando la Cina di Mao ha tentato di riunificare le due Coree (nord e sud) in una sola splendida Corea maoista di contadini e pescatori, gli americani sono andati là ad impedirlo.
La Corea del sud, rimasta nella sfera d’influenza americana, nel giro di alcuni decenni è diventata una potenza industriale mondiale.
La Corea del nord, che si è crogiolata nel “sol dell’avvenire”, è diventata un centro di miseria mondiale dove i bambini muoiono di fame.
Una cosa del genere è successa anche per Taiwan (Formosa)
E via di questo passo.
Peccato che non siano venuti ad occupare anche il Sud Italia per una decina d’anni !!!
Evoluzione culturale e materiale
Se rifacciamo la storia dell’Occidente a partire dalla scoperta dell’America (1492) e tiriamo le somme vediamo che:
- Gli arabi/mussulmani non hanno fatto un tubo.
- Gli europei nei 3 secoli successivi hanno scoperto le parti del mondo ancora sconosciute.
- Gli europei hanno rivoluzionato le leggi della fisica e dato una spinta formidabile alla scienza in generale. Queste scoperte hanno poi determinato la nascita dell’industria.
- A partire dal 1900 gli USA hanno preso in mano il pallino nella scienza/tecnologia/industria e grazie a questo sono diventati la potenza dominante culturalmente, politicamente e militarmente.
- L’Europa si è messa al traino degli USA, seguita dal Giappone. Ora sono entrate in campo, in termini di emulazione, anche la Russia, l’India e la Cina.
Attualmente il livello di integrazione economica tra i vari Paesi industrializzati, attori in questo scenario, non permette a nessuno di andare per la propria strada, pena un grave decadimento economico/sociale.
Il petrolio
Il petrolio è il pane del mondo industriale. Quando te lo riducono te ne accorgi subito.
E’ già capitato nel 1973 con la crisi di Suez.
Il petrolio è in gran parte sotto i piedi degli arabi. Loro ne hanno già venduto uno sfracello ma con quei soldi non sono ancora riusciti a lanciare nei loro Stati una economia industriale.
Io non ricordo di avere mai comprato, che dico, uno stuzzicadenti con il marchio Made in South Arabia, oppure in Iraq, o in Kuwait, Barain, Doha, Dubai.
Quando finirà il petrolio cosa faranno ? Torneranno a fare i cammellieri ?
Pare che il petrolio finisca entro 40 anni.
Io fossi in loro ridurrei a metà il livello delle estrazioni e raddoppierei il prezzo. Cosi arrivo almeno a farlo durare un secolo senza perdere soldi. E vedrai che in un secolo gli arabi magari imparano a fabbricare almeno le biciclette.
E se gli arabi facessero così cosa faremmo noi ?
Noi, quando l’ambiente si deteriora, cominciamo a menarcele di santa ragione, tra disoccupati e occupati, tra rossi e bianchi ecc. ecc. e così se crepa un po’ di gente si creano posti di lavoro.
Ma non è che Saddam voleva fare qualcosa del genere quando ha invaso il Kuwait, 10 anni fa ?
Se gli americani, (sempre loro è !!!), non lo fermavano forse l’avremmo saputo nel momento in cui invadeva anche l’Arabia Saudita e tutti gli Emirati Arabi. Così dopo decideva lui sui livelli di estrazione del petrolio e sui prezzi.
Ma gli americani sono andati a far fuori Saddam per aiutare noi ? Ue!!! ma noi non siamo mica cosi fessi da crederci !!!
No, no, d’accordo. Gli americani sono andati a difendere gli affari loro. Ma guarda caso, stante il fatto che siamo nella stessa barca, quelli sono anche affari nostri.
L’Occidente ha quanto mai bisogno del petrolio arabo per vivere la sua vita industriale d’oggi.
Ma come mai la Russia, la Cina, la Germania e la Francia (le quattro maggiori potenze dopo gli USA ) non erano interessate a far fuori Saddam ?
Perché Saddam non era mica uno stupido e aveva creato le condizioni per ricattarle. I magnifici quattro di cui sopra hanno fatto per molti anni affari d’oro con Saddam. Affari che alla lunga sono diventati crediti d’oro.
Ciascuna delle quattro era creditrice di enormi somme, che rovesciando Saddam sarebbero andate (e sono andate) perse.
Ma la malevolenza verso Saddam non è dovuta ad un processo alle intenzioni, che però sono tutte da dimostrare ?
Il processo alle intenzioni verso uno che regalava 50 milioni di lire alle famiglie dei kamikaze palestinesi è troppo facile da fare.
Secondo mè non era il caso di lasciarlo comandare in un’area dove c’è sotto “il pane dell’industria”
Io ho applaudito e continuo ad applaudire Bush.
Quelli che vogliono applaudire Saddam e Bin Laden si accomodino pure.
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ISTINTO DI SOPRAVVIVENZA
Riferimento a “Siamo tutti americani”Io non avrei molto da aggiungere a quello che ho detto con lo scritto “siamo tutti americani" , se non fosse che, dai commenti ricevuti, vedo che non sono stato capito completamente. Probabilmente non sono stato chiaro.
Riassumendo brevemente, ho detto che:
- Il nostro sistema economico/industriale è intimamente legato a quello americano. Non siamo in grado di muoverci indipendentemente da quello senza provocare a noi stessi danni di portata imprevedibile
- Approvo gli alti ideali di pace e fratellanza, che devono guidare l’umanità verso il futuro, ma la gente non è disposta a fare sacrifici per realizzare pienamente tali ideali nell’immediato
- Gli USA controllano il mondo Occidentale, ma nel contempo lo hanno difeso, e lo difendono, dagli attacchi esterni, come ogni padrone difende le sue proprietà.
- l’Occidente d’oggi è una costruzione iniziata 500 anni fa, promossa e partecipata solo dagli europei (anche gli americani sono europei). Gli altri sono rimasti estranei, ma l’Asia si è in seguito accodata. Gli arabi no. E questo non ha niente a che vedere con la povertà del terzo mondo.
- Il petrolio, pane dell’industria, è sotto i piedi degli arabi, i quali però non possono fare quello che vogliono, perché c’è la sentinella americana di guardia.
- Saddam con tutta probabilità voleva affrancarsi da questa sentinella e usare tutto il potere del petrolio per condizionare l’Occidente.
- Condivido quello che ha fatto Bush. Era fondamentale per la sicurezza dell’Occidente eliminare Saddam dalla scena.
Chi ha ragione e chi ha torto
Ora cerco di dire quello che non ho espresso chiaramente nello scritto di cui sopra.
Non intendo dividere il mondo in due: l’impero del bene e quello del male, e di conseguenza aderire all’impero del bene.
No, non è questa la logica del mio ragionamento.
Non sto giudicando chi abbia ragione o torto.
Seguo solamente il mio istinto di sopravvivenza, ed in questo le ragioni o i torti non fanno gioco.
Mi schiero con gli americani per due ragioni:
- primo e più importante, anzi fondamentale, sento di essere nella stessa barca con loro.
- secondo, ritengo che la formula politico/economica di cui essi sono i propugnatori (democrazia e libero mercato) sia la migliore disponibile in assoluto al momento attuale
Difesa della struttura politico/economica in cui viviamo
Io cerco di prendere atto della realtà in cui vivo e mi chiedo se, in seguito ad uno squilibrio del sistema economico/industriale in essere (eventualmente causato da atteggiamenti arrendevoli con gli arabi) io sono in grado di uscire da questa realtà, e vivere in modo diverso, di regredire ad un modo di vita simile a quando ero giovane.
Concludo dicendo che non sono in grado di farlo.
E non è in grado di farlo la nazione intera, sulla quale si basa il benessere di tutti.
Ritengo pertanto legittimo e naturale schierarmi a difesa della struttura economico/industriale nella quale vivo. E’ un fatto dovuto all’istinto di sopravvivenza
A giustificazione verso i moralisti, che mi potrebbero accusare di cieco egoismo, dico che l’istinto di sopravvivenza, fisiologicamente legato all’egoismo, è una necessità vitale.
Ed è quindi legittimo.
Il Padreterno ha introdotto questo istinto in tutti gli esseri viventi, vegetali e animali, a salvaguardia della vita.
Scendendo a livello delle cose pratiche, l’ obiettivo più vicino a cui realisticamente possiamo tendere, per ridurre il contrasto con gli arabi e ridurre la conflittualità, è quello di liberarci dalla schiavitù del petrolio. Far terminare la vita del petrolio prima dei suoi previsti 40 anni di vita.
Lasciando gli arabi al loro destino, del quale io non riesco ad intravedere un futuro.
Perché fare la guerra a Saddam ?
Per potermi schierarmi contro l’attacco all’Iraq dovrei farlo per puro astratto pacifismo unilaterale, oppure per scrupolo dovuto al rispetto dell’indipendenza politica della nazione Irakena, oppure semplicemente per ragioni burocratiche, perché occorreva il benestare dell’ONU, il timbro dell’ONU per attaccare. Sono tutte ragioni insufficienti
Saddam è andato a cercarsela in tutti i modi possibili e immaginabili. Dopo l’attacco al Kuwait ha sfidato durante tanti anni l’ONU con la storia delle ispezioni. Ma l’ONU non poteva essere il suo obiettivo.
Lo ha fatto sicuramente per sfidare indirettamente gli USA, e prendere loro le misure, verificare se erano in grado di muoversi nonostante le pastoie politiche della democrazia. Lui era in grado di fare quello che voleva, non dovendo rispondere a nessuno; il Presidente americano doveva invece avere il consenso del Congresso.
Forse in questa strategia è stato fregato dall’attacco alle Torri Gemelle, che ha compattato l’opinione pubblica americana
L’unica interpretazione che riesco a dare al suo comportamento è che volesse sostituirsi agli americani, .impadronendosi, oppure controllando in qualche modo, l’intera area petrolifera.
Anche la lunghissima guerra fatta all’Iran rientrava forse in questa strategia; allargare la sua zona di potere.
E questo a me non va bene. I padroni attuali li conosco e sono quelli che ci hanno permesso di diventare una potenza industriale. Quelli che vorrebbero sostituirsi a loro non li conosco, e non mi fido di loro nel modo più assoluto.
L’80% dei consumi a vantaggio del 20% della popolazione
Noi siamo il 20% della popolazione mondiale che consuma l’80% delle risorse del pianeta.
E’ uno stato di fatto dovuto allo squilibrio di ricchezza.
Ricchezza dell’Occidente conseguente al lavoro intellettuale e materiale dei suoi cittadini durante gli ultimi cinque secoli, contro la passività della restante parte di umanità. Questo ha determinato la nascita della società industriale, ricca, drammaticamente in contrasto con altre parti del mondo.
Quale molla ha provocato la costruzione del mondo industriale, ed il conseguente squilibrio di ricchezza ? E’ qualcosa di cui noi collettivamente abbiamo colpa ?
No, non è stato il desiderio di dominio sul mondo restante che ha creato questa situazione.
E’ stato semplicemente Il desiderio naturale dell’uomo di voler migliorare costantemente la sua condizione, che lo ha portato a studiare e lavorare, a perseguire questo.
Questo è avvenuto al di fuori di qualsiasi progetto o pianificazione, che avrebbe richiesto l’esistenza di una autorità superiore, mai esistita.
A chi abbiamo rubato la ricchezza di cui disponiamo ?
A chi abbiamo rubato ricchezza ? Al terzo mondo ?
Prevalentemente abbiamo sottratto ricchezza al sottosuolo, dove la ricchezza (minerali, petrolio, gas) sarebbe tuttora giacente, senza il lavoro intellettuale e materiale dell’Occidente.
Forse abbiamo esagerato nell’uso, sperperando un patrimonio della terra a scapito delle future generazioni.
Rimorso di coscienza ? Responsabilità per il nostro modo di vivere ?
Si, nei confronti delle generazioni future per lo sperpero delle risorse del pianeta.
Il terzo mondo è stato danneggiato nelle relazioni commerciali con l’Occidente ?
Si, è vero, Il terzo mondo è stato danneggiato nelle relazioni commerciali, perché i rapporti diretti tra un ricco ed un povero vanno inevitabilmente a scapito del povero.
L’Occidente d’altro canto rappresenta anche la speranza per il futuro del terzo mondo. Qualcosa da imitare. Ed anche, specialmente, qualcuno a cui chiedere aiuto.
L’alternativa all’esistenza di un mondo ricco ed uno povero è quella di diventare tutti “terzo mondo”
Tutto ciò non ha comunque nulla a che spartire con il contenzioso tra arabi ed Occidente
(Sulla questione dei modi per far uscire il terzo mondo da questa situazione intendo esprimere le mie opinioni prossimamente, con un scritto dedicato all’argomento).
La pace secondo gli arabi
L’alternativa a fare la guerra agli arabi è quella fare la pace con gli arabi. Troppo banale.
Si può fare la pace con gli arabi ?
Non certamente con le folle arabe anonime fanaticizzate, guidate da una miriade di capi tribali/religiosi, ognuno dei quali vuol comandare, vuole imporre le sue condizioni.
Non appena qualcuno di loro prende un accordo di pace gli altri lo boicottano, perché ciascuno di loro vuole essere quello che decide. Quindi, bombe, kamikaze e quant’altro il giorno dopo.
Proviamo allora a fare almeno la pace con i governanti arabi, con i Capi di Stato, cioè con quelli che hanno una forte autorità, un solido potere sulle masse. Chissà mai che gli altri si accodino.
Prove di pace a livello di Stati
Nel 1979, dopo 30 anni di guerra a Israele da parte dell’Egitto e degli altri Stati Arabi, Sadat, successore di Nasser, firma un trattato di pace con Israele (accordi di Camp David).
In cambio Israele restituisce il Sinai all’Egitto, Sinai che era stato occupato nel 1973 durante l’ultima delle guerre contro Israele.
Conseguenza del trattato di pace è che la Lega Araba espelle l’Egitto dalla Lega stessa.
Questa è l’attitudine alla pace dei governanti arabi.
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Di : Alessandro Lazzari
Visto che l'amico Franco mi tira in causa a proposito di arabi, Saddam, Bush e compagnia bella (Spagna e toreri c'entrano solo di sfuggita) rispondo alle sue osservazioni (a qualcuna solo a dire il vero, l'argomento richiederebbe ben più tempo e attenzione).
Parto anch'io dalle conclusioni, tanto per non essere da meno:
"Io ho applaudito e continuo ad applaudire Bush. Quelli che vogliono applaudire Saddam e Bin Laden si accomodino pure."
Bisogna per forza applaudire qualcuno, e nella fattispecie qualcuno di questi contendenti?Semplicemente non mi piace come Bush affronta i problemi, e credo che non piaccia nemmeno a molti americani. Questo non significa affatto avere simpatie per Saddam, Bin Laden o altri personaggi del genere. O ci si deve schierare senza discutere?
E veniamo ora a qualche altro argomento messo in campo da Franco.
"Facciamo un passo indietro di sessantanni. Gli americani sono venuti in Europa a battere la Germania e l'Italietta. Noi tutti, compresi i comunisti, li abbiamo applauditi. Io ricordo alcune donne che in strada nel 1944 salutavano i bombardieri americani, che volavano a 5 o 10 mila metri, chiamandoli "liberatori" e invocandoli di tornare. Noi non li abbiamo chiamati ma loro sono venuti egualmente a liberarci. Pari pari come con gli irakeni oggi."
A sentirla raccontare così, viene da commuoversi: "ma come sono buoni questi americani, generosi e disinteressati". Davvero edificante. Non dimentichiamo però qualche punto:1) Quando arriva il vincitore, di solito la gente lo applaude. In quest'arte poi noi italiani siamo sempre stati campioni. Quindi l'episodio degli americani bene accolti (veramente da tutti?) significa poco.2)
Parto anch'io dalle conclusioni, tanto per non essere da meno:
"Io ho applaudito e continuo ad applaudire Bush. Quelli che vogliono applaudire Saddam e Bin Laden si accomodino pure."
Bisogna per forza applaudire qualcuno, e nella fattispecie qualcuno di questi contendenti?Semplicemente non mi piace come Bush affronta i problemi, e credo che non piaccia nemmeno a molti americani. Questo non significa affatto avere simpatie per Saddam, Bin Laden o altri personaggi del genere. O ci si deve schierare senza discutere?
E veniamo ora a qualche altro argomento messo in campo da Franco.
"Facciamo un passo indietro di sessantanni. Gli americani sono venuti in Europa a battere la Germania e l'Italietta. Noi tutti, compresi i comunisti, li abbiamo applauditi. Io ricordo alcune donne che in strada nel 1944 salutavano i bombardieri americani, che volavano a 5 o 10 mila metri, chiamandoli "liberatori" e invocandoli di tornare. Noi non li abbiamo chiamati ma loro sono venuti egualmente a liberarci. Pari pari come con gli irakeni oggi."
A sentirla raccontare così, viene da commuoversi: "ma come sono buoni questi americani, generosi e disinteressati". Davvero edificante. Non dimentichiamo però qualche punto:1) Quando arriva il vincitore, di solito la gente lo applaude. In quest'arte poi noi italiani siamo sempre stati campioni. Quindi l'episodio degli americani bene accolti (veramente da tutti?) significa poco.2)
Chi invade un paese spesso dichiara che va a liberarlo. Le campagne napoleoniche in Italia erano fatte per liberare le popolazioni italiane (en passant sono servite anche a rifornire il museo del Louvre); pure noi nel nostro piccolo siamo andati nel '35 in Abissinia per liberarla (da Hailé Selassié, immagino); anche l'URSS nel '56 corse a liberare l'Ungheria da elementi controrivoluzionari e borghesi.
I nostri amici americani, che non sopportano che qualcuno viva senza democrazia, hanno liberato l'Europa da Hitler e da Mussolini che avevano abolito la democrazia. Peccato che si siano fermati lì e già che c'erano non abbiano anche liberato da Stalin l'Europa dell'Est e qualche altra contrada dalle parti degli Urali. Forse erano stanchi, forse si era esaurita la spinta. Comprensibile dopo tante fatiche.3) Ripresa lena, i nostri amici cowboy ripartono con la loro campagna moralizzatrice e nel '54 rovesciano il governo del Guatemala (che pretendeva di non consegnare democraticamente i prodotti della terra alla United Fruit), nel '73 mettono in sella quel campione di democrazia di Pinochet e di quando in quando si esibiscono in altri interventi più o meno scoperti, sempre nell'interesse della nobile causa.4)
Sempre per difendere la democrazia i nostri amici yankee tengono poi basi militari nei cinque continenti, accolti con sentita gratitudine dalle popolazioni locali, come possono testimoniare quegli sprovveduti sciatori del Cermis o le ragazze di Okinawa graziosamente violentate dagli eroi dell'USAF (mi viene in mente Manzoni: "(Lecco aveva) il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnoli, che insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del paese,... niente di nuovo sotto il sole).5) Ora è venuto il turno dell'Iraq, e pur di liberarlo i nostri non hanno badato a sacrifici: 500 morti in un anno di guerra-lampo (by the way: chissà quanto durerà una guerra lenta?).
Peccato che nel contempo siano crepati anche qualche migliaio di militari liberati, più circa diecimila liberati civili (il numero esatto non si conosce e probabilmente non si conoscerà mai, ma irakeni e palestinesi si accoppano all'ingrosso e non è il caso di sottilizzare tanto). Doloroso, ma ogni cosa ha un prezzo. Oggi in Iraq scarseggia la benzina (veramente il colmo!) e l'energia elettrica arriva a singhiozzo, in compenso non c'è più Saddam (detenuto senza imputazione e senza alcuna garanzia legale, proprio come i prigionieri di Guantanamo) e questo rende la gente felice: lo dicono i sondaggi d'opinione fatti dai nostri.
Loro di opinion polls se ne intendono. Non hanno però spiegato come mai, se i sondaggi sono attendibili, non sia possibile procedere a regolari elezioni.
Adesso l'amico Franco mi darà del comunista, ma mi spiace deluderlo e gli consiglio di lasciare a Berlusca un tal modo di ragionare: non ho mai avuto simpatie per il comunismo e non ne ho neppure ora. Solo non gradisco essere preso in giro e provo fastidio quando sento Condoleeza Rice dichiarare che loro si son mossi per portare la democrazia o Bush sostenere che sì, le armi di distruzione di massa non si trovano ma comunque ci sono (questo si chiama avere fede!) e che comunque è stata fatta la cosa giusta.
Adesso l'amico Franco mi darà del comunista, ma mi spiace deluderlo e gli consiglio di lasciare a Berlusca un tal modo di ragionare: non ho mai avuto simpatie per il comunismo e non ne ho neppure ora. Solo non gradisco essere preso in giro e provo fastidio quando sento Condoleeza Rice dichiarare che loro si son mossi per portare la democrazia o Bush sostenere che sì, le armi di distruzione di massa non si trovano ma comunque ci sono (questo si chiama avere fede!) e che comunque è stata fatta la cosa giusta.
I nostri avi almeno erano meno ipocriti: invadevano l'Africa e l'Asia per colonizzarle e non si vergognavano di dichiararlo. Oggi si ciancia di uguaglianza, democrazia, pari dignità dei popoli e via di questo passo e poi fanno i propri comodi esattamente come una volta.
L'amico Franco mi rimprovererà anche di ignorare le nequizie del terrorismo, argomento principe sbandierato oggi da chi irrompe in casa del vicino sfondando la porta per rompergli la testa e così farlo diventare più buono, di sfuggita infilandosi in tasca l'argenteria a titolo di risarcimento.
No, non ignoro che ignobile cosa sia il terrorismo e non gradirei affatto saltare domani per aria a causa di qualche criminale che pretende di portar avanti la sua causa uccidendo a tradimento gente inerme.
L'amico Franco mi rimprovererà anche di ignorare le nequizie del terrorismo, argomento principe sbandierato oggi da chi irrompe in casa del vicino sfondando la porta per rompergli la testa e così farlo diventare più buono, di sfuggita infilandosi in tasca l'argenteria a titolo di risarcimento.
No, non ignoro che ignobile cosa sia il terrorismo e non gradirei affatto saltare domani per aria a causa di qualche criminale che pretende di portar avanti la sua causa uccidendo a tradimento gente inerme.
Ma qui sta il punto: che cos'è il terrorismo? Semplice - risponderebbe chiunque - è appunto usare violenza a tradimento contro gente indifesa. Bene, se le cose stanno così concludo che Churchill (bombardamento a tappeto di Dresda con bombe incendiarie, obiettivo civile, 150mila morti) e Truman (bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, obiettivi civili, 270mila morti) erano due terroristi da far impallidire quell'untorello di Bin Laden. Con la differenza che Bin Laden è l'orco, il cattivo per eccellenza, il lupo mannaro, mentre a Truman diedero il premio Nobel per la pace. Così va il mondo.
Che maniera di ragionare del c..., dirà qualcuno, allora si era in guerra. E con questo? Forse che in guerra è permessa qualunque cosa? E poi Bin Laden è in guerra con l'occidente, quindi si comporta di conseguenza. Semplicemente Bin Laden mi sembra meno pericoloso di Bush, il quale le armi di distruzione di massa le ha per davvero e molto più efficaci di quelle di Saddam.
Quindi ringraziamo di essere dalla parte dei più forti, ma non atteggiamoci a virtuosi e non facciamo finta che gli arabi o quelli che non hanno la nostra cultura siano tutti dei barbari sanguinari mentre noi ci comporteremmo correttamente e cavallerescamente, dato che le cose non stanno affatto in questi termini.
Che maniera di ragionare del c..., dirà qualcuno, allora si era in guerra. E con questo? Forse che in guerra è permessa qualunque cosa? E poi Bin Laden è in guerra con l'occidente, quindi si comporta di conseguenza. Semplicemente Bin Laden mi sembra meno pericoloso di Bush, il quale le armi di distruzione di massa le ha per davvero e molto più efficaci di quelle di Saddam.
Quindi ringraziamo di essere dalla parte dei più forti, ma non atteggiamoci a virtuosi e non facciamo finta che gli arabi o quelli che non hanno la nostra cultura siano tutti dei barbari sanguinari mentre noi ci comporteremmo correttamente e cavallerescamente, dato che le cose non stanno affatto in questi termini.
Per essere più espliciti, ignorare o fingere di ignorare che la tecnologia (di cui l'occidente e in particolar modo gli americani sono padroni) non abbia impieghi bellici è un errore. La tecnologia è sempre stata sviluppata per scopi militari e l'impiego civile si è verificato in un secondo tempo come fallout. Nel far questo l'approccio è sempre stato senza regole, nel senso che ogni mezzo era buono pur di far fuori l'avversario. Sotto questo aspetto l'occidente ha grosse responsabilità. Tanto per far qualche esempio:
Chi ha avuto per primo la brillante idea di sganciar bombe da un aeroplano sui pover peones di sotto? Qualche perfido sceicco? No, l'esercito italiano nella campagna di Libia (1912);
Chi per primo per distruggere l'avversario ha impiegato gas tossici, a mo' d'insetticida? Quel cattivone di Saddam? No, l'esercito tedesco nelle battaglie di Ypres (1914-15, di qui il nome di Yprite);
Altri esempi si potrebbero citare, fino alle stragi della seconda guerra mondiale.
Certo gli arabi non sono forti in tecnologia quanto noi e bisognerà aspettare ancora prima che oltre alle biciclette riescano a costruire qualche missile decente. Nel frattempo si arrangiano come possono con bombette varie e cinture esplosive. Ma per favore non scandalizziamoci se fanno un uso disinvolto delle loro armi, perché l'esempio l'hanno avuto dal civilissimo occidente.
Un'ultima considerazione, a proposito del tenore di vita occidentale che ci piace tanto e di cui non riusciamo a fare a meno:E' reso possibile dal fatto che ne beneficia un'esigua minoranza. Per la precisione l'80% delle risorse è nelle mani del 20% della popolazione mondiale. E' come se ci fosse una torta e dieci bimbi intorno: tagliamo la torta in dieci fette e due bimbi arraffano otto fette. Gli altri otto che restano con due fette hanno qualche motivo per arrabbiarsi? O no?
Certo gli arabi non sono forti in tecnologia quanto noi e bisognerà aspettare ancora prima che oltre alle biciclette riescano a costruire qualche missile decente. Nel frattempo si arrangiano come possono con bombette varie e cinture esplosive. Ma per favore non scandalizziamoci se fanno un uso disinvolto delle loro armi, perché l'esempio l'hanno avuto dal civilissimo occidente.
Un'ultima considerazione, a proposito del tenore di vita occidentale che ci piace tanto e di cui non riusciamo a fare a meno:E' reso possibile dal fatto che ne beneficia un'esigua minoranza. Per la precisione l'80% delle risorse è nelle mani del 20% della popolazione mondiale. E' come se ci fosse una torta e dieci bimbi intorno: tagliamo la torta in dieci fette e due bimbi arraffano otto fette. Gli altri otto che restano con due fette hanno qualche motivo per arrabbiarsi? O no?
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