giovedì, dicembre 01, 2005

L'Araba Fenice

Ottobre 2003 - L’ARABA FENICE

La forza elettromotrice
È come l’Araba Fenice
Che ci sia ciascun lo dice
Dove sia nessun lo sa

E’ un refrain che circolava nelle scuole professionali dove si insegnava elettrotecnica ai miei tempi belli.

Ma la corrente elettrica produce varie Arabe Fenici.
Oltre alla forza elettromotrice, che muove i treni, i tram, le lavatrici e i macinini del caffè, c’è un’altra Araba Fenice : le onde radio, che ci fanno ascoltare la radio, vedere la televisione e parlare con il telefonino.
E poi ce n’è un’altra ancora, una terza : la luce elettrica, fatta di onde elettromagnetiche come le onde radio, ma di frequenza estremamente superiore.

Raccontando le cose in stile fumettistico, che è l’unico che mi riesce, voglio spiegare alcune cose circa le onde radio e la luce.

Il campo magnetico
Quando circola una corrente in un conduttore, si genera un campo magnetico intorno al filo.
Se la corrente è continua (quella delle batterie) il campo magnetico è fermo come il famoso Palo dell’Ortica.
Se la corrente è alternata, come quella delle nostre prese elettriche domestiche, che va avanti e indietro 50 volte al secondo (220 Volt, alla frequenza di 50 Hertz), anche il campo magnetico si agita alla stessa velocità.

Le prese di corrente
Con la corrente delle nostre prese però non succede ancora niente perché la velocità di agitazione è bassa (50 Hertz) Le onde elettromagnetiche cadono per terra e non fanno neanche polvere.

Le onde radio
Perché succeda qualcosa di tangibile bisogna arrivare a circa 10 mila Hertz (10 kHz).
Allora le onde elettromagnetiche cominciano ad andare lontano. Cominciano ad essere onde radio.

Il campo delle onde radio, vale a dire delle onde elettromagnetiche utilizzate per le radiocomunicazioni, si estende in pratica dai 100 mila Hertz (100 kHz) ai 2 Giga Hz, che significa 2 miliardi di periodi al secondo, (oppure per i matematici 2x10 elevato alla 9 )
Questo intervallo da 100 kHz a 2 GHz viene definito lo spettro radio, ma di fantasmi non ce ne sono. Dentro il margine estremo superiore dello spettro radio, (2 GHz), funzionano gli attuali telefoni cellulari GSM.
Oltre lo spettro radio
Andando in su con le frequenze, quando si arriva ai mille miliardi di Giga Hertz (10 elevato alla 12a potenza) si incontra un confine molto importante.
Il confine tra le frequenze che non fanno niente al corpo umano (lo spettro radio) e le frequenze che hanno un impatto sulla fisiologia del corpo umano (le frequenze superiori)

L’impatto fisiologico può essere sia benefico che malefico, dipendendo dalle dosi di radiazioni.
E’ il regno della luce (da non confondere con l’illuminismo, che è una filosofia) in particolare il regno della luce solare.
Più si va in su con le frequenze e più è forte l’impatto con il corpo umano, fino ad arrivare a livelli letali.
Oltre un certo limite l’uomo è protetto dalle radiazioni solari grazie all’atmosfera

Lo spettro luminoso. Il campo dell’infrarosso
Alla frequenza di 10 elevato alla 12a Hertz, inizia la luce invisibile all’infrarosso, che si estende per una gamma di frequenze fino ai 10 alla 14 (che palle questa storia !)

Le onde elettromagnetiche di questo nuovo universo, di cui mi accingo a scrivere, sono prodotte prevalentemente dallo spazio cosmico piuttosto che dall’uomo.
Anche l’uomo però è in grado di generarle, per scopi vari.
Esistono infatti cannocchiali all’infrarosso e relative macchine fotografiche.

Lo spettro luminoso. La luce visibile
Arrivati ai 10 elevato alla 15, Hertz finalmente troviamo la luce del sole (quella che riusciamo a vedere)
Mi sembra di essere Dante quando esce dall’Inferno.
Luce visibile, peraltro riprodotta anche dall’uomo con le lampadine, le candele etc.

Lo spettro Luminoso. I raggi ultravioletti
Superato lo spettro luminoso visibile si entra in quello della luce ultravioletta, invisibile come l’infrarosso.
Qui entriamo in un campo che diventa pesante per il corpo umano
L’ultravioletto si estende da 10 alla 15 (1 seguito da 15 zeri) fino a 10 alla 19 (1 seguito da 19 zeri) e include i “raggi X” che hanno massacrato i radiologi per mezzo secolo.

I raggi Gamma
Non che finisca proprio qui la storia ma qui la faccio finire perché sono stufo.
Intorno ai 10 elevato alla 20 Hertz ci sono i raggi gamma, onde elettromagnetiche micidiali dalle quali ci ripara l’atmosfera
(che bella copertina che abbiamo addosso, ne !?)
Comunque l’uomo è riuscito ad utilizzare anche queste frequenze.
E’ già in uso uno strumento elettromedicale, chiamato Gamma knife (coltello a raggi Gamma) che viene utilizzato nella chirurgia del cervello per l’altissima precisione che consente di ottenere.
Ci sarebbe anche il Laser ma qui non si finisce più !!!
Basta inscì !!!!
Conclusioni
Adesso che mi sono preso la briga di raccontare tutte queste cose arrivo alla mia conclusione.
Io non vedo perché una lampada da 100 Watt, appesa in cucina sopra la mia testa, lampada che emette onde elletrromagnetiche (luce visibile) alla frequenza espressa in Hertz di 1 seguito da 15 zeri e della potenza appunto di 100 Watt debba essere innocua alla mia salute mentre un telefono cellulare GSM che, quando si parla, emette due Watt a due Giga Hertz (2 seguito da 9 zeri) e quando non si parla emette praticamente niente anche se è acceso, dico perché quest’ultimo dovrebbe essere pericoloso alla mia salute.
(le antenne GSM sui tetti trasmettono la stessa frequenza a 20 Watt)

Se c’è qualche uomo di scienza, di quelli che non vanno a farsi leggere la mano, che mi dimostra che sto sbagliando, ecco in questo caso io sono disposto a scendere in piazza con i cortei di protesta contro le antenne , insieme alla variegata fauna delle badanti, delle collaboratrici domestiche, delle signore snob dei salotti radical-schic palestrate e abbronzate a lampada, dei pacifisti, dei culattoni …ups i Gay, dei No-global dei No-Berlusconi e dei Si-ai-Rompicoglioni.

Scusatemi ma questo è uno sfogo del cuore di uno che ne ha piene le palle di sentir parlare di elettrosmog

Franco Valsecchi


















martedì, novembre 29, 2005

Il paradiso perduto

Introduzione
Nel mondo occidentale, moderno, industriale di oggi il contadino non esiste più.
Oggi gli addetti all’agricoltura sono persone che siedono su una macchina e girano per i loro campi.
Per mezzo di ammennicoli vari, appendici del trattore, lavorano la terra senza scendere dalla macchina. Sono dei sedentari dell’agricoltura.
Il contadino, nel mio immaginario, è una persona che lavora la terra con le sue braccia.
Nel terzo mondo ci sono ancora i contadini, gli uomini che lavorano ancora la terra con le loro braccia. Le loro condizioni di vita sono molto varie in relazione all’ambiente in cui si trovano.
Noi li conosciamo un po’, confusamente, attraverso la televisione.
I contadini io li vedo come quelli che ho visto in Romagna negli anni quaranta, sulle colline dell’ Appennino tosco-emiliano, e la loro immagine è rimasta scolpita nella mia mente e nei miei sentimenti. Uomini rocciosi, dediti solo al lavoro.
Non a caso Mussolini ha impiegato i suoi conterranei, i contadini romagnoli, per realizzare la Bonifica delle Paludi Pontine. Voleva andare sul sicuro.
Io provo un sentimento di riconoscenza verso di loro. Sento di dovere qualcosa ai contadini romagnoli. Dedico perciò a loro una mia favola, fatta di realtà, ma con un finale surreale, immaginato al solo scopo di trovare una pietra di paragone alla loro sofferenza esistenziale.
UNA FAVOLA DI VITA REALE

Plasmati dalla terra.
Il contadino nasce a otto anni.
A otto anni il padre gli mette in mano una zappa.
Le mani del ragazzo la sentono e capiscono che devono dilatarsi per avvolgere il legno in una morsa. Le mani vogliono bene al ragazzo e fanno di tutto per aiutarlo. Diventano grandi e forti.
Poi qualcuno mette sulle spalle del ragazzo fascine di fieno, di paglia, di legna.
Anche le spalle vogliono bene al ragazzo e cercano di assumere la forma adatta al compito.
La forma giusta somiglia al dorso dei muli e dei somari. Le spalle si allargano e si arrotondano; si adeguano.
Il tronco e le gambe vorrebbero allungarsi ma si rendono conto che il ragazzo non guarda al cielo.
Guarda sempre la terra ed è in dialogo continuo con essa. E’ l’oggetto esclusivo della sua vita.
Se gambe e tronco si allungassero renderebbero difficile la vita al ragazzo.
Sia le gambe che il tronco gli vogliono bene e preferiscono allargarsi invece di allungarsi.
A vent’anni il contadino è fatto, è completo, è uomo plasmato per lavorare la terra con le sue braccia.
Nasce la famiglia
Un giorno il giovane contadino porta le mucche al pascolo su per i monti della valle.
In una dolce conca erbosa il contadino incontra una pastorella con le sue pecore.
L’incontro è fatale.
Il contadino s’innamora all’istante della pastorella e decide di fargli fare un figlio, subito.
La pastorella apre la bocca per pronunciare qualcosa :
poteva essere un no, oppure un si, oppure un ma……….non si sa.
Le mani extra-large del contadino chiudono il discorso sul nascere.
Dopo, subito dopo, il contadino chiede alla pastorella : come ti chiami ?
Lei risponde : Io mi chiamo Donna e tu ?
Il contadino : Io mi chiamo Lavoro
E’ così nata una nuova famiglia.
Lavoro e Donna metteranno al mondo molti altri figli, utili alla famiglia contadina, braccia necessarie per lavorare la terra e sopravvivere.
Presa di coscienza
Lavoro e Donna, dopo anni, hanno una famiglia fatta, con un ultimo pargolo ancora in fasce.
Nel tempo hanno sperimentato la durezza della vita contadina in tutti i suoi aspetti.
Sono passati attraverso il lavoro massacrante, le malattie, le carestie, le morie del bestiame, le annate senz’acqua, le piene del fiume e molti altre durezze della vita.
Un giorno Lavoro e Donna si guardano in faccia e si interrogano :
ma chi è che ci ha cacciati dal Paradiso Terrestre ? E perché ci hanno cacciati ?
Abbiamo fatto noi qualcosa di male ?
Lavoro e Donna decidono di chiedere ragione di ciò a qualcuno che se ne intende.
Decidono di recarsi alla Pieve per porre la domanda al Signor Curato.
Oppure, nel caso lui non ci fosse, chiedere almeno al campanaro. Dovrà pur sapere qualcosa anche lui.
Lavoro e Donna si incamminano verso la Pieve, con il pargoletto al seno della mamma.
La Pieve
Al di la del fiume e dopo aver scavalcato una collina, Lavoro e Donna giungono alla Pieve.
Entrano timorosi in chiesa, si guardano intorno con circospezione e non c’è nessuno. Vanno a vedere in sagrestia : nessuno anche li.
Escono, girano intorno alla chiesa, entrano nel piccolo cimitero, poi nel campanile: nessuno.
Ritornano in chiesa e si mettono a girare ed osservare con grande rispetto e devozione tutti gli angoli del tempio. Pare che non ci sia nessuno.
L’incontro
Ma, non è vero; qui c’è qualcuno.
E’ un crocefisso appeso al muro.
Un crocefisso a dimensione umana, appeso ad altezza d’uomo.
Anzi, no, appeso ad altezza di contadino.
Lavoro e Donna si avvicinano al crocefisso.
Il viso di Cristo è solamente una spanna più in alto di quello di Lavoro, essendo Lui appeso al legno della croce.
I due, timorosi, si approssimano sempre più alla Croce.
Scrutano il volto di Cristo, lo guardano con stupore, dilatando gli occhi.
Anche Cristo muove la testa in giù verso di loro, avvicinandola al loro viso.
Lui li guarda, li fissa con occhi amorevoli, pietosi.
Si osservano reciprocamente con grande meraviglia, sfiorando i loro visi.
Lavoro e Donna vedono nel volto di Cristo uno di loro.
Si riconoscono in Lui.
Si identificano in Lui. Hanno incontrato uno di loro.
Lavoro e Donna cercavano la Porta per ritornare al Paradiso Terrestre ed invece hanno trovato una croce come quella che stanno portando loro.
Rimangono a lungo stupiti, ammutoliti a scrutare il volto di Cristo.
Non riescono a staccarsi dal fratello inaspettatamente incontrato.
Poi, Lavoro mette una mano sulla spalla di Donna.
I due indietreggiano, adagio senza staccare gli occhi dalla Croce, e si avviano quasi furtivamente verso l’uscita, seguiti dallo sguardo amorevole di Cristo.
Escono dalla Pieve e si avviano in silenzio attraverso i campi.
Ritornano alla loro croce quotidiana.
Franco Valsecchi










































































La Cina non c'entra

Lunedi 14 marzo 2005, l’annesso al Corriere “CorriereEconomia” ha ospitato un articolo di Marco Vitale che io trovo particolarmente interessante.

Dice Marco Vitale nel titolo: siamo depressi e la Cina non c’entra.

Riassumo i passaggi secondo mè più significativi.

Da anni la Fiat è in crisi e la Cina non c’entra.
Da anni l’Alitalia è in crisi e la Cina non c’entra.
Con Parmalat abbiamo realizzato la più grande frode della storia e la Cina non c’entra.
Paghiamo l’energia elettrica più cara di tutti (avendo rinunciato al nucleare) e la Cina non c’entra.
Siamo il Paese turisticamente più ricco del mondo ma, in termini di visitatori, siamo terzi in Europa dopo Francia e Spagna e la Cina non c’entra.
La nostra Giustizia è la più lenta del mondo, facendo così girare al largo gli investimenti stranieri, e la Cina non c’entra.
Abbiamo il più alto numero di impiegati statali ma la burocrazia statale più lenta del mondo, e la Cina non c’entra

L’elenco delle piaghe d’Egitto….pardon d’Italia, enunciato da Marco Vitale, non finisce, qui ma si complica e richiederebbe a me troppo spazio.

Voglio invece aggiungere qualche piaga presa dalla farina del mio sacco

Abbiamo, in percentuale sulla popolazione, il più alto numero di pensionati del mondo, cioè il 30%, e la Cina non c’entra.
Abbiamo, in percentuale sul PIL, il più alto debito del mondo, cioè il 106%, e la Cina non c’entra.
Facciamo più sciopero nei servizi di trasporto di tutto il mondo, in modo da far scappare i turisti, e la Cina non c’entra

Può bastare per piantarla qui con il ritratto dell’Italia.

Ma allora la Cina è una bufala ? La Cina c’entra o non c’entra ?
La Cina non è la causa della nostra depressione. Quella è roba nostra, made in Italy.
Adesso però con la Cina (e con altri) dobbiamo combattere tutti, anche noi, sistema Italia.
Il problema è che noi ci troviamo a combattere ma con poca forza, con meno forza di molti altri, in quanto, nei passati decenni, abbiamo creato un sistema debole, l’attuale sistema Italia, con il motore che va a segatura invece che a benzina.

Ma se siamo dei brocchi a questo livello come abbiamo fatto a cavarcela ?
La storia va fatta dal 1970 in poi. Qui c’è stata la svolta. Quando sono diventati adulti quelli che sono andati a scuola sotto il dominio culturale marxista è iniziato il casino.

I governi democristiani sono stati terrorizzati dall’avanzata elettorale del Partito Comunista ed hanno cominciato a “dare”.
Hanno creato un sistema che dava più di quello che incassava.
Lo strattagemma per far vivere un tale sistema era quello dell’ inflazione. Stampando moneta i debiti dello Stato venivano annullati. Venivano però anche svalutati i risparmi della gente e le pensioni, ma i sindacati potevano gloriarsi delle vittorie sul padronato.

Perciò “tutti felici e tutti contenti, il Rè…è vittorioso in tutti i momenti”

In questo modo anche l’industria si manteneva competitiva sul mercato internazionale perché la lira perdeva valore continuamente sulle altre monete e quindi i prezzi dei nostri prodotti erano buoni.

Il sistema (illusorio) ha potuto vivere così fin quando, come condizione per entrare in Europa, ci hanno imposto di mantenere il valore della lira entro certi livelli di riferimento con l’ Ecu (Serpente monetario).
Abbiamo dovuto smettere di stampare moneta ed é cominciato a crescere a dismisura il debito pubblico, non più pagato con la carta stampata.
Allora ci hanno detto che bisognava smettere anche di fare i debiti perché gli altri Stati Europei non volevano diventare soci con dei bancarottieri.
Per smettere di fare debiti è venuta di moda la privatizzazione delle aziende IRI, che erano delle macchine per fare i debiti. Invece i pensionati ed i cassintegrati non sono stati privatizzati. Nessuno li voleva.
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Ieri sera ho assistito ad una delle conferenze più interessanti che mi sia mai capitato di vivere.
Alla BCC(Banca di Credito Cooperativo) di SestoSG, ha parlato della Cina un Missionario del PIME, Bernardo Cervellera.
Una persona che ha vissuto dal 95 al 97 a Pechino ed è anche stato ospite in Italia di notissime trasmissioni televisive.
Riassumere quello che ha detto è per mè praticamente impossibile nello spazio di una email.
Cercherò di fornire qualche flash su aspetti che più mi hanno colpito e che sono fuori dalle visioni più comuni e diffuse.
Cervellera ha esordito con un concetto di base: la Cina è sofferenza.
Ha inizialmente riassunto la storia di come la Cina sia arrivata allo status di oggi, nazione formalmente comunista ma in pratica, selvaggiamente capitalista.
Storia che passa attraverso glorie errori ed orrori del periodo maoista, a milioni di morti di fame, con persecuzioni a tutte le forme di religione, buddista, cristiana ecc.
Oggi lanciatissima economicamente a livello mondiale, con un incremento del PIL medio annuo del 9% costantemente da oltre vent'anni. Un fenomeno assolutamente unico.

Oggi la Cina spaventa economicamente l'occidente per la capacità competitiva, ed entusiasma quegli operatori economici che hanno deciso di lanciarsi negli affari dentro al gigante asiatico.
Pochi percepiscono invece il pericolo rappresentato dalle situazioni di marginalità in cui vive una quota enorme di cinesi.
Si parla di ottanta milioni di contadini che provano ad entrare nel mondo industriale della città e sono trattati come animali.
Lavorano in condizioni disumane ottenendo un ciotola di riso quotidiana ed una miserevole paga, una volta l'anno, ma spesso non vengono pagati.
Questa massa umana schiavizzata (questo è il termine reale), che sempre più spesso si ribella, rappresenta una bomba, che, date la dimensioni, può provocare sconvolgimenti imprevedibili a livello planetario.
La percezione di questa situazione da parte dell'occidente è, in generale, che l'evoluzione sociale porterà, con la contestazione, ad un rallentamento della crescita economica cinese.
Ma è una visione ottimistica, legata alla storia recente dell'occidente, inapplicabile alla Cina di oggi.
Bisognerebbe guardare più realisticamente alla Russia del 1917.
Una rivoluzione in Cina potrebbe essere una sorta di tsunami economico/politico per il mondo intero, in una società globalizzata, e quindi interdipendente.

In mezzo a tanta incertezza e paura, ci sono anche aspetti di speranza: un ritorno spontaneo dei cinesi alla relgiosità, in particolare al cristianesimo.
Un ritorno, fino a poco tempo fa contrastato duramente dalla classe politica, (60 milioni di membri del partito comunista).
Un ritorno che inizia ad essere visto come una speranza dai politici stessi, angosciati da quello che si prospetta a causa dell'evoluzione economica selvaggia.
Un altro aspetto che io vedo con favore è la penetrazione cinese in Africa, non certo perchè favorisca l'Europa. Anzi.
L'Europa ricca, pigra, egoista, immobile, senza più slanci, dedita a proteggere la sua agricoltura dalla concorrenza africana, potrebbe vedere l'Africa cinesizzata.
Questo è l'unico futuro in cui può sperare l'Africa.
I cinesi sono disposti a trasferirsi in Africa, a lavorare, portare capitali e tecnologia e di conseguenza sviluppo economico e sociale, in cambio di materie prime, cioè petrolio e metalli necessari alla loro economia.
Mi auguro che succeda.
Carissimi saluti a tutti
Franco

lunedì, novembre 28, 2005

Come la gente ha vissuto il 25 aprile


Che giorno è stato per la gente comune il 25 aprile 1945 ? Quelli che non l’anno vissuto come lo immaginano ?
La storiografia ufficiale lo descrive come un giorno di festa popolare, come all’arrivo degli americani nelle città del sud, quando questi distribuivano cioccolato ai bambini e rimorchiavano le ragazze, ma è un’immagine retorica.

Il giorno del 25 aprile non c’era la gente in strada con le bandiere, gli evviva, i canti, ad accogliere i partigiani, ed abbracciarli. Non c’erano le ragazze che si innamoravano a prima vista di loro, ecc. ecc. ecc. come vuole la storiografia ufficiale. Tutto questo non c’è stato.

A livello popolare c’è stato sicuramente grande sollievo per la fine della guerra.
Insieme a questo però, la vista di morti sconosciuti sulle strade e di tutti quegli uomini armati, desiderosi di vendetta che portavano in corteo le loro prede da ammazzare, induceva timore in gran parte della gente. A livello di civiltà c’è stata una drastica regressione storica.
Il racconto di Luigi Abordi mi richiama alla mente i romani vincitori di ritorno dalle Gallie, con Vercingetorige portato in corteo come trofeo di guerra da mostrare al popolo, e come conclusione da ammazzare trionfalmente in pubblico.

Tra l’altro voglio far notare l’eccezionalità e la validità della testimonianza di Luigi: lui si trovava a vivere nel punto più simbolico di quelle giornate, a livello di tutta la Nazione: vale a dire in Piazzale Loreto. Se non c’era festa in Piazzale Loreto non c’era festa da nessun’altra parte. In effetti si stava celebrando la vendetta.

Nei giorni successivi si ballava in gran parte dei cortili, questo si, ma è un discorso diverso, umano, liberatorio, festaiolo, non celebrativo.
Erano tornati gli uomini dalla guerra, quelli nascosti erano usciti e dopo 5 anni era tornato il permesso di suonare e ballare in pubblico. Durante la guerra era proibito ballare, per rispetto ai soldati che stavano al fronte.

Per concludere voglio riportare alcuni passaggi dell’articolo di Ermanno Olmi.

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Franco Valsecchi

Sono meglio i ladri o gli stupidi ?


Ho detto alcuni giorni fa.
In Italia, storicamente, parlando degli ultimi trent’anni i soldi sono stati sia rubati che sprecati.

Quelli sprecati per stupidità da marxismo-leninismo idiota (PCI-DC) rappresentano il 90% e sono stati la causa che ha rischiato di farci buttare fuori dall'Europa.

Allora gli italiani si devono decidere se preferiscono farsi governare dai ladri o dagli stupidi.
Io, personalmente, ho una preferenza per i ladri: sono immorali ma sono meno pericolosi degli stupidi.
Possono sembrare battute gratuite.
Qualcuno può pensare che siano battute di spirito per tirare acqua al mio mulino.
E invece no cari signori.
Qui lo dico e qui lo spiego ragassoli.
Fatto storicoInnanzitutto c’è un fatto storico incontestabile:
l’entrata dell’Italia nel sistema monetario europeo è stata messa in forte discussione dagli altri Paesi europei, a causa del debito accumulato e questo ostracismo è durato fino al 1999.
Per poter entrare nel sistema abbiamo dovuto impegnarci a fermare l’emorragia.
Gli altri si sono accontentati che smettessimo di far debiti. Se non c’era l’occasione di dover entrare in Europa noi andavamo avanti fino alla bancarotta.
Quello che avevamo sul gobbo, era pari al 112% del PIL, cioè il 112% di tutto quello che produce l’Italia in un anno. In data di oggi hanno detto che ora è il 106%

Restare senza mangiare, senza andare in macchina, dal parrucchiere, ecc. ecc. pur lavorando, per un anno, in 57 milioni di persone, non basta a pagarlo.
Il livello di riferimento da raggiungere, statuito dai Trattati di Maastricht per il debito, è del 60% del PIL, valore al quale sono attestati mediamente i nostri partners.

Cause
Il fenomeno è iniziato negli anni settanta, all’epoca di Moro e Berlinguer, quando l’Italia è stata colpita da una epidemia di marxismo acuto, epidemia da idiozia di comunismo pacifico, penetrata dappertutto, anche nella Democrazia Cristiana, anche nella Chiesa Cattolica.
Il risultato è che i comunisti dicevano quello che si doveva fare, per il bene del popolo, e i democristiani eseguivano.
E’ nata così l’Anonima Bancarottieri di Stato (ABdS) li chiamo così perché non sono individuabili in una persona.
Non era come oggi che l’opposizione ha il privilegio di poter indicare il responsabile di ogni male in un singolo individuo. Il Cavaliere del Male.
Chi reagiva
A questo andazzo reagivano in pochissimi.
A livello politico era il solo Ugo LaMalfa a farsi sentire, ed era così ascoltato che raccoglieva il 5% dei voti, compreso il mio. (non sto parlando col senno di poi)

A livello giornalistico, l’alfiere della contestazione al sistema in atto era Indro Montanelli, che per poter dire la sua ha dovuto lasciare il Corriere e fondare il Giornale.
Circa a metà degli anni settanta, in occasione di una tornata elettorale, Montanelli rivolse agli elettori un invito rimasto storico:
Tappatevi il naso e votate Democrazia Cristiana.
Cosa voleva dire ?
Voleva dire che i democristiani erano corrotti, erano ladri e quindi puzzavano, ma era meglio votare per loro piuttosto che per gli onestissimi ma stupidissimi comunisti, che avrebbero pilotato l’Italia in un burrone.

E’ pressappoco quello che ho detto io alcuni giorni fa (riportato sopra) con altre parole .

Quando è finita la gestione ABdS ?
L’ABdS ha poi condotto la danza fino a circa il 1991, quando abbiamo dovuto affrontare l’Europa.
La Russia era andata in bancarotta l’anno prima e i comunisti, a malincuore, si sono rassegnati a dimenticare il sol dell’avvenire

A quel punto i nostri dell’ ABdS hanno passato le carte nelle mani di Azeglio Ciampi, che non era un politico..
Era il Governatore della Banca d’Italia, cioè un impiegato statale che aveva fatto carriera perché sapeva leggere scrivere e far di conto.
Ciampi è diventato Presidente del Consiglio
A quel punto anche quelli dell’ABdS erano tutti diventati europeisti fino al collo.

TangentopoliCon il crollo della Russia, l’America ci ha lasciati soli.
A quel punto, in Italia abbiamo potuto fare quello che volevamo e si è scatenato Antonio Di Pietro, mettendo sotto accusa, a termini di legge, quelli che avevano rubato.
Ed il grande spreco ? Quello no ? Quello non è stato inquisito ?
Quelli che invece di investire i soldi in opere pubbliche li hanno spesi in idiozie ? Quelli che hanno sperperato il patrimonio dello Stato ?
Quei che gan mis i scimes in de la crapa a la gent ?
(Quelli che hanno messo le cimici nella testa della gente ?)

No, loro no, non sono perseguibili perché non è scritto da nessuna parte nelle leggi dello Stato
di come vadano spesi i soldi.
E’ scritto solo nelle regole del buon senso
Franco Valsecchi

domenica, novembre 20, 2005

L’oro dei contadini

LA TRADOTTA CHE VIENE DA TORINO
A MILANO NON SI FERMA PIU’
MA LA VA DIRETTA AL PIAVE
CI-MI-TERO-DELLA-GIO-VEN-TU’

Dopo questa epopea ne sono venute delle altre.
La storia non si ferma.
Mai.
Qualche amico mio potrà trovare strano che io pretenda di parlottare romagnolo.
Io, nato alla periferia di Milano, alla Bovisa, in via privata Costanzo Cantoni al numer vot.
La ragione c’è: ho delle radici in Romagna.
Non però dalla parte dalla riviera, delle vacanze al mare, delle pensioni con l’ombrellone in spiaggia.
Dall’altra parte, al di là della via Emilia, la Romagna delle colline e dei contadini dalle mani grandi, che sudano il loro pane quotidiano.
Mia madre (classe 1907) veniva di la.
Adesso arrivano in Italia con i gommoni dall’Africa.
Lei è arrivata a Milano con il treno a vapore da Bologna, negli anni 20, ed ha poi incontrato mio padre, ex ragazzo del 99.
Mio padre, anni prima, aveva preso la tradotta per il Piave, a Milano.
Mio padre non ha dovuto prendere il treno a vapore per trovare lavoro.
Lui era nato alla Bovisa, in via Cantoni al numer vot. Gli è bastato restare dov’era.
Autunno 1942.
Giunti alla seconda guerra mondiale, nel 1942 gli anglo-americani bombardano Milano.
Nell’autunno di quell’anno il Duce alla radio dice a tutti di sfollare dalle città, di andare a vivere in campagna.
Ed è nato così l’agriturismo.
Mia madre e noi quattro bambini, io primogenito a nove anni, ci trasferiamo a casa di suo fratello Pippo, in una casa colonica lungo il fiume Sillaro, sull’Appennino.
Il fiume Sillaro scendendo in pianura incrocia la via Emilia in quel di Castel S.Pietro, a sud di Bologna.
Su per quelle valli niente corrente elettrica all’epoca. Lumi a olio in settimana, candela alla domenica.
La terra argillosa delle colline quando piove diventa colla, stucco per fare le statuine.
Quando cammini ti segue sotto le scarpe, e se non la togli è lei poi che ti toglie le scarpe.
Quando invece batte il sole la terra diventa sasso.
Nello e Balot
Zio Pippo ha una stalla con mucche e buoi.
Le mucche, se mi ricordo bene sono sei. Sono mucche che fanno il doppio lavoro.
Adesso siamo abituati a vedere mucche che hanno una damigiana piena di latte in mezzo alle gambe posteriori, che però fanno fatica stare in piedi.
Le mucche di zio Pippo hanno una cosa del latte della misura di uno scolapasta. Mangiano l’erba di Spagna asciutta delle colline e fanno latte quanto basta per la famiglia, compreso il cacio.
In più però fanno anche il contadino. Le usano per tirare carretti ed altri lavori non troppo grossi. Si guadagnano bene i tre pasti al giorno.
E arriviamo a parlare dei buoi.
Zio Pippo ha due buoi Due buoi veri. Due veri buoi.
Due monumenti.
Due statue viventi imponenti, meravigliose.
Si chiamano Nello e Balot.
Mai più visto niente di simile. Ci voleva Michelangelo scultore per tramandarli degnamente.
Nello e Balot servono per arare il terreno argilloso che c’è in zona, pastoso con l’umido, duro con il secco.
Nello e Balot sono due trattori.
Nello e Balot tirano l’aratro, che però deve essere tenuto dentro al terreno da braccia d’uomo … disumane, a misura con Nello e Balot.
Braccia d’uomo con bicipiti d’acciaio e mani grandi, consacrate dal lavoro.
Quelli che hanno inventato lo sport del sollevamento pesi non hanno mai visto i contadini di Romagna tenere l’aratro.
Era qui che dovevano venire a fare le olimpiadi
L’oro dei contadini
Estate
Le colline, spoglie di alberi, sono un granaio, creato dalla “battaglia del grano” lanciata dal Duce.
Campi tagliati verticalmente da stradine bianche che vanno dritte alla meta senza curve.
Strade fatte per buoi, somari e umani. I motori non ci sono.
Inutili se anche ci fossero.
In Giugno, con il grano maturo, le colline hanno il colore del sole. Sono bionde, dai riflessi dorati.
Quando c’è il vento sono onde di sole che si propagano e si ripetono, come il ritornello di una canzone. Un mare d’oro. L’oro dei contadini.
A quel punto inizia l’epopea estiva.
Sono gli sport della stagione, fatti sotto il sole a picco da uomini e donne, senza macchine tra i piedi, con le braccia, con le urla e le bestemmie.
Gli sport sono la mietitura e la trebbiatura
Uomini donne e bambini si guadagnano da mangiare per tutto l’anno.
Per lo meno ci provano.
La sfida è quella di riempire le case con sacchi di grano, distribuiti un po’ dappertutto, anche sotto i letti. Per campare fino a Giugno dell’anno prossimo.
Come fanno le formiche.
Quando vai a letto la sera, il profumo del grano, dolce, domestico, buono, rassicurante, ti accompagna il sonno. E’ l’odore del pane prima che passi dal mulino e dal forno.
La mietitura
Una casetta bianca si staglia, in cima, sul profilo della collina, sul versante opposto della valle.
E’ una di quelle casette che gli scolari di prima elementare disegnano perfettamente, meglio degli architetti.
Intorno alla casetta niente.
Le famiglie sono distribuite nei campi.
Gli uomini con la falce in pugno.
Donne e ragazzi a legare i covoni ed ammucchiarli, pronti per la trebbiatura.
Li vedo dalla parte opposta della valle, con in testa i loro cappelli di paglia.
Sento i loro richiami lontani.
E’ un presepe laborioso che mi affascina .
Adesso ho 10 anni. Vorrei tanto essere tra loro, essere uno di loro.
La trebbiatura
Niente di simile si vedrà più.
La trebbiatrice, macchina mostruosa, a vapore, arriva da non so dove, trainata da un trattore lungo la strada di fondo valle.
Bisogna portarla in cima ad una collina per trebbiare tutto il grano del comprensorio.
Tutti i contadini della zona portano i loro buoi per agganciarli al traino, animali con motori diesel nei quarti posteriori, buoi che adesso ci sono solo in cartolina.
Una dozzina di pariglie di buoi vengono agganciati in serie davanti alla trebbiatrice, con uno che li guida tirando per le narici la prima coppia.
Il traino sterza in su il convoglio verso la stradina bianca che punta direttamente alla cima.
Io li vedo dalla parte opposta della valle.
Sento le urla dei contadini incazzati che incitano e bastonano i buoi.
Queste urla lontane si ripercuotono, si ripetono e sovrappongono. Gli echi riempiono la valle. Sono voci lontane che si spengono, continuamente coperte e sostituite da altre.
Conferiscono grandiosità alla scena.
E’ un coro di urla e bestemmie che si sublima e si trasforma in un’armonia che si fonde con la scena e gli da voce.
E’ un coro diretto da qualcuno che sta più in su, che non si vede ma si fa sentire.
E’ una lode sacra al lavoro umano.
Lentamente il convoglio, sale con la pendenza di un ascensore, si inoltra sulla stradina bianca in mezzo al grano, all’oro dei contadini, e va su, va su piano ma sicuro, come il passo dei giganti buoni che lo tirano.
Il coro degli insulti ai buoi è una musica che riempie la valle.
Le urla non servono. I buoi andrebbero ugualmente e serenamente in su.
I contadini gridano perché devono gridare. E’ il loro ruolo. Devono segnalare la loro presenza e riaffermare la loro autorità.
Se non lo facessero perderebbero di credibilità presso il vicinato.
Si troverebbero a disagio anche la domenica quando vanno a giocare a carte all’osteria.
Purtroppo non c’erano ne Federico Fellini ne Ermanno Olmi a filmare. Adesso è troppo tardi.
Potrebbe fare qualcosa il genio musicale di Bepi De Marzi, con le voci dei suoi Crodaioli.
Lui potrebbe tentare di tramandare alla storia almeno la colonna sonora.
Ora c’è il silenzio.
Ora i buoi non ci sono più.
I contadini con le mani grandi che urlano e bestemmiano, neanche loro ci sono più, il coro che inonda la valle non c’è più e neanche le stradine bianche, e neanche l’oro dei contadini, il grano e la battaglia del grano.
Il coro è spento. C’è solo il silenzio. Ci sono solo i ricordi.
Agosto 1943
In agosto 1943 avviene il più grande bombardamento di Milano
C’è dentro anche la nostra casa, al quart pian in via Cantoni al nùmer vot.
Lo veniamo a sapere da una lettera che ci manda nostro padre.
In via Cantoni al nùmer vot non ci sono morti. Nel resto di Milano, tanti.
Chi voglia inoltrarsi sul viale centrale del Cimitero Maggiore, el cimiteri de Mùsoc, a metà circa del percorso incontra una rotonda, un ossario, dove sono raccolti i resti dei morti di quei bombardamenti.
Fino ad un po’ di anni fa, sulle lastre di ogni singolo loculo, c’erano incisi il nome della persona con la data del bombardamento, il nome della via ed il numero civico dov’era avvenuto.
Devono avere restaurato l’ossario un po’ di anni fa.
Adesso sulle nuove lapidi c’è solo il nome della persona.
La stupidità degli architetti d’oggi è solamente immensa.
Come si fa a distruggere la storia con tanta superficialità ?
Ritorno a casa
Mio padre, rimasto senza casa a Milano, trova modo di riparare un’abitazione, ricostruendo un muro, al primo piano della stessa casa di via Cantoni, e li si trasferisce.
Intanto gli Anglo-Americani risalgono la penisola e nell’inverno del 1943 sono circa a metà strada tra Roma e Firenze.
Mio padre è preoccupato del fatto che si possa rimanere tagliati fuori, lui a nord del fronte e noi a sud, e decide di farci rientrare a Milano.
Siamo ormai a dicembre 1943
Mia madre organizza il rientro facendoci portare a Bologna da un carro agricolo.
Alla stazione di Borgo Panigale si prende il treno per Milano. Ci fanno salire su un carro merci.
Non ci sono più carrozze passeggeri.
Questo è uno degli ultimi convogli che attraversano il Po a Piacenza.
Dopo qualche settimana il ponte del Po viene bombardato dagli Americani.
Il percorso dalla Stazione Centrale di Milano alla Bovisa lo facciamo sul cassonetto di un triciclo a pedali.
E’ il servizio taxi disponibile in quel momento.
Quando entriamo in casa, al primo piano, e già sera inoltrata, è già buio.
L’aspetto dell’abitazione è miserevole, reso ancora più squallido dalla luce fioca di un’unica miracolosa lampadina.
Mia madre non può fare a meno di esclamare : che brutto !!!
Poi si corregge. Prende coscienza della situazione, ci abbraccia e ripete a tutti : sono tanto, tanto felice che siamo qui ancora tutti insieme, sono tanto felice !!!.
Che bèla mama che gavevi mi !!! Che bèla mama !!!
Franco

Il ricordo di Giovanni

Carissimo Franco,
anche se non sono milanese (vengo dalla bassa modenese, al confine con il ferrarese.
Il paese e` Finale Emilia.
Il mio paese degli anni '40-50 (5-6 mila abitanti a quei tempi) puo` essere paragonato ad un quartiere popolare di Milano.
Noi avevamo il fiume (il Panaro), i piu` fortunati avevano un locale dove poter lavare in vasconi di cemento.
Questo locale quasi sempre si affacciava sul cortile ed aveva il pavimento in terra battuta, come del resto molte botteghe artigine adiacenti.
Ricordo il venditore del ghiaccio col suo carretto, il venditore di pesce e rane che girava con la sua mercanzia in una cassetta di legno posta su un portapacchi (dietro) della bicicletta, il venditore di latte, cha arrivava col latte appena munto dalla stalla, in bicicletta col suo carretto o con i bidoni appesi al manubrio.
Ricordo che si aspettavano "i magnan" (spesso zingari, allora non erano cosi` malvisti) che viaggiavano di paese in paese e che arrottavano coltelli, aggiustavano pentole in rame, alcuni facevano lavori di facchinaggio o piccoli lavori in casa.
Ricordo il venditore di legna e carbone col suo carro tirato dal cavallo (o forse mulo), i macellai che con un carretto spinto a mano, tutto chiuso e foderato di lamiera e dipinto di rosso, andavano al macello e, per alcuni anche deposito frigorifero o facevano le consegne, il camion dei pompieri che ogni giorno veniva usato per lavare le strade.
Ricordo i sacchi di merce esposti per la vendita in drogheria ed in particolare quello del riso in cui mi piaceva tanto affondare le mani e far scorrere il riso fra le dita (di nascosto naturalmente), i barattoli in vetro da cui il droghiere pescava le caramelle di zucchero.
Ci sono tanti altri ricordi che si affacciano alla mente.
Grazie ancora per il tuo racconto veramente bello.
Giovanni
Bene, se permettete aggiungo anch'io in modo telegrafico qualche flash all'elenco di Giovanni.
Anche se sono cose personali penso che molti ci si ritroveranno e che gli entusiasti a oltranza del progresso potranno provare un piacevole brivido nel constatare quanta strada abbiamo compiuto da quei tempi bui.
Allora, listo alla rinfusa, come mi viene in mente:
- Lo zucchero venduto sciolto nel cartoccio blu;
- Il gelataio col triciclo;
- Il carrettiere in città col cavallo che scacazzava sull'asfalto (io andavo a raccogliere il letame per l'orto di mio padre);
- La carrozzella in attesa di clienti davanti alla stazione (dalla puzza d'orina anche un cieco si accorgeva di essere arrivato alla stazione. Mi ricordo che quando dipinsero le striscie di uno dei primi passaggi pedonali, uno di questi cavalli si prese paura e non voleva attraversarlo);
- L'unico telefono del paesello. Per ricevere una telefonata si doveva chiamare qualche ora prima l'addetto del posto pubblico che ti veniva a cercare a casa.
- L'unico telefono privato del caseggiato (del vicino di pianerottolo);
- Il primo telefono di famiglia. Un monumento tutto nero appeso al muro in posizione di riguardo;
- Il contadino che all'alba partiva ad arare, per pendii impossibili, con un coppia di buoi (va la' Mor,... gridava);
- L'arrotino, con una strana bicicletta convertibile (si trasformava in una mola per arrotare i coltelli);
- Le mondariso nelle risaie (oggi ci sono i diserbanti);
- Le rane nelle risaie (le hanno uccise i diserbanti);
- La nebbia (quella che si tagliava col coltello. Quella di oggi fa ridere);
- Mio zio che faceva il bagno al mare con la canottiera;
- La lucerna a petrolio;
- La curva di porfido sul circuito di Monza;
- La Mille Miglia (quella vera. Non c'era ancora stato l'incidente di Castellotti);
- Il Settebello (era un treno, non un preservativo);
- L'olio comprato sciolto in un'apposita bottega. D'inverno c'era un freddo tale che formava dei bellissimi cristalli nel bottiglione di vetro;
- Il vescovo di Prato che tuonava contro due suoi concittadini additandoli come "pubblici concubini";
- Oscar Luigi Scalfaro che in un ristorante di Roma critica scandalizzato una signora a suo parere troppo scollata e viene sfidato a duello dall'accompagnatore della signora;
- Un medico (non ricordo il nome) che dopo aver procurato un aborto fugge in Sudamerica (chissà se è tornato e ha chiesto i danni allo stato italiano);
- Lascia o Raddoppia cui si assisteva religiosamente nel bar del quartiere (un buon mezzo chilometro di strada);
- Un non meglio identificato mio coetaneo di cui si favoleggiava che, dopo aver messo nei pasticci due ragazze, fosse corso ad arruolarsi nella Legione Straniera (questa non ho mai saputo se era vera. Tuttavia il solo fatto che apparisse verosimile la dice lunga. Significativi anche i commenti ammirati: "Certo che farsela dare addirittura da due...");
- I tram col bigliettaio;
- I treni a vapore;
- Autoblindato degli Alleati sulla Via Aurelia (ricordo molto vago. Adesso per vederne uno bisogna andare fino in Iraq);
- La Befana del Vigile;
- Le suore negli ospedali, con un'enorme cuffia che sembrava la cupola del palazzetto dello sport; - Il Novara (di Piola? non son sicuro) in serie A;
- Le barche di legno (intendo dire col fasciame di legno);
- Le donne che andavano a far la spesa con la gaetana (una specie di borsa. Gli shopper di plastica dovevano ancora arrivare);
- Le donne con le calze di seta con la cucitura dietro;
- La Balilla (era un'automobile);
- La Littorina (era un treno);
- La Fiat 1400 con scocca portante e senza parafanghi esterni. Ci sembrava un oggetto venuto da un altro pianeta ("sembra americana", era il massimo dell'encomio allora) e De Chirico la ritrasse in un quadro (ignoro se preso dall'ispirazione o se profumatamente remunerato dalla dirigenza Fiat di allora - leggi Valletta, Gianni Agnelli aveva i calzoni corti);
- L'autostrada Milano-Laghi a una carreggiata. Si pagava all'entrata e in certi caselli per uscire si doveva girare a sinistra (avete capito bene, si doveva tagliare la strada a quelli che venivano incontro. L'addetto del casello guardava da una parte e dall'altra e poi ti faceva passare);
- La Giulietta Sprint col cambio al volante;
- La Giulietta TI (berlina 4 porte, credo che sia uno dei modelli col maggior tasso d'incidenti) coi bellimbusti che stavano seduti in tre davanti e il sedile posteriore vuoto;
- Autostrade e statali di grande comunicazione a tre corsie. Quella centrale serviva per i sorpassi, per il traffico in entrambi i sensi. Garantito il frontale se due sorpassatori ostinati non volevano mollare per primi. Garantita l'emozione sempre, meglio che al Luna Park;
- La sostanziale mancanza di inquinamento. Be' adesso la smetto per non approfittare troppo della vostra pazienza. Se qualcuno ha qualche altro reperto preistorico da aggiungere alla collezione si faccia avanti, si potrebbe mettere insieme un bel documento.
Franco
Aggiungo anch'io.


Avevo circa 6/7 anni e ricordo che a quel tempo mia madre lavava i panni al fosso chiamato da noi il "fossetto" in Vicolo dei Lavandai a Milano.
Sull'angolo di questa via, dove ora c'è un ristorante, a quei tempi c'era un negozio che vendeva acqua calda, soda, lisciva (ora si chiama sodio carbonato), sapone e ghiaccio.
Una volta mia madre mi chiese di andare al negozio a comperare dell'acqua calda perchè doveva lavare i panni e mi diede un secchio vuoto da riempire.
Quando le riportai il secchio mi sgridò perchè durante il tragitto dal negozio al posto dove lei stava lavando i panni avevo versato lungo il percorso parecchia acqua calda dal secchio, da quel giorno non mi chiese più di comprare acqua calda.
Gianpiero